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Archivio Giugno 2005

Storia della chiesa:PAPA BORGIA

28 Giugno 2005 Commenti chiusi


Alla fine del 1400 scandalizzo? tutto il mondo conducendo una vita corrotta e cinica
ALESSANDRO VI.

Rodrigo Borgia salito al soglio pontificio nell’ agosto 1492 con il nome di Alessandro VI

E’ cosa nota che un uomo innamorato fa e dice un sacco di sciocchezze. Leggiamo ad esempio questa lettera, scritta nel 1494 a Giulia Farnese, (formalmente sposa di Orsino Orsini), dal suo impetuoso amante, seccatissimo per una “scappatella” di Giulia col legittimo sposo:
“Abbiamo udito che avete nuovamente rifiutato di tornare da noi senza il consenso di Orsino. Conosciamo la malvagità della vostra anima e dell’uomo che vi guida, ma non avevamo pensato per un sol momento che sareste stata capace di venir meno al vostro solenne giuramento di non avvicinare Orsino. Ma voi l’avete fatto, mettendo a repentaglio la vostra vita stessa per recarvi a Bassanello (la tenuta degli Orsini – N.d.R.) e cedere ancora una volta ai desideri di quello stallone. Pertanto vi ordiniamo con questa, sotto pena di scomunica e di eterna dannazione, che non vi rechiate mai più a Bassanello”. Chi legge potrà giustamente osservare che questo focoso amante, oltre che autoritario, doveva essere anche un po’ suonato. Ma chi credeva di essere, per minacciare scomuniche e dannazioni? Il Papa?
Ebbene sì, in effetti lo era. Era Sua Santità Alessandro VI, cardinale Rodrigo Borgia, salito alla Cattedra di Pietro l’undici agosto di due anni prima. Giulia Farnese, di una quarantina d’anni più giovane di lui, era l’amante in carica pro-tempore. Per lei Rodrigo Borgia, quando non era ancora Papa, aveva lasciato la precedente amante, Vannozza Cattanei, dalla quale aveva avuto quattro figli. Il legame con una giovinetta lo aveva travolto e ringalluzzito, ma gli faceva provare anche i terribili morsi della gelosia. E, come abbiamo visto, gli faceva anche perdere un po’ di senso del ridicolo, perché sarebbe stato interessante, se la minaccia contenuta nella missiva avesse avuto seguito, vedere una donna cattolica scomunicata dal Papa perché teneva fede ai propri impegni coniugali…non dobbiamo stupirci più di tanto poiché nella Roma del XV secolo era cosa più che normale che un cardinale fosse un uomo di mondo, corteggiato dalle belle donne: godeva, a tutti gli effetti, di quello che oggi è un titolo solo formale. Era un “Principe della Chiesa”. E l’essere principe comportava un notevole potere e anche delle notevoli rendite economiche, un’argomento, quest’ultimo, sempre molto valido in tutte le vicende amorose. Del resto la porpora cardinalizia era da tempo un privilegio che veniva concesso, il più delle volte, per ragioni di equilibri tra le diverse famiglie baronali di Roma e le varie potenze italiane ed europee con cui doveva fare i conti lo Stato della Chiesa per mantenere la sua posizione di preminenza all’interno del complesso gioco politico, fatto anche di matrimoni dinastici, di alleanze in perenne revisione, con l’aggravante del progressivo emergere di una classe mercantile che cercava, con le sue crescenti ricchezze, di prendere la sua parte di potere, spingendo via le vecchie caste nobiliari. Insomma, per molti cardinali la vocazione al sacerdozio era un optional quanto mai secondario. E i cardinali avevano, tra l’altro, il potere di eleggere il Papa, che era sempre scelto tra di loro.
IL PAPATO, UNA MONARCHIA NON DINASTICA Questa non era la situazione della Chiesa in generale. La Chiesa aveva già avuto tre secoli prima il grande risveglio spirituale del francescanesimo e ci sarebbero voluti ancora decenni prima che Lutero scatenasse il suo tifone. Nessuno in Europa metteva in dubbio le verità fondamentali della fede cattolica, ma a Roma la Chiesa conosceva la corruzione del potere, forse inevitabile per la duplice veste di autorità spirituale e temporale rivestita dal Papa. E si trattava di autorità temporale, si badi bene, tutt’altro che formale, che oltretutto si espandeva fuori dai limiti territoriali dello Stato Pontificio, perché la Chiesa pretendeva di mantenere comunque antichi privilegi (come la titolarità della corona di Napoli) o invocava, in nome della Fede, la protezione di altre potenze anche per fini unicamente politici, se temeva di restare schiacciata, ad esempio, tra le pretese delle corone di Francia e di Aragona, o se vedeva con sospetto l’affermarsi di un?identità nazionale spagnola sotto un’unica corona.
La caratteristica assolutamente peculiare del Papato, di essere una monarchia non dinastica, contribuiva poi a rendere il gioco e soprattutto l’intrigo politico in perenne fermento, perché la mancanza di continuità data da una “casa regnante” faceva sì che con l’elezione di un Pontefice iniziassero subito le macchinazioni per l’elezione del successivo. Insomma, in grande stridore con un mondo occidentale che si proclamava cattolico, la Chiesa di Roma dava di sè uno spettacolo per nulla diverso da quello di tante altre corti europee, con l’aggravante di una dose massiccia di ipocrisia, inevitabile quando tutto, formalmente, veniva compiuto “Ad Maiorem Gloriam Dei”.
La nostra storia però inizia con un Papa austero, vecchio, malaticcio, noioso, pieno di ideali irraggiungibili: Callisto III, eletto Pontefice nel 1455, quando morì improvvisamente, a soli cinquantasette anni, Nicola V. Probabilmente il primo a restar sorpreso della nomina era stato lui stesso, l’eletto, Sua Eminenza Alonso Borja, arcivescovo di Valencia, che aveva ricevuto il cappello cardinalizio pochi mesi prima, e che aveva un’età, settantasette anni, in cui in genere non si fanno grossi progetti per il futuro. Il Cardinale Alonso Borja, che a Roma divenne Alonso Borgia, si trovava nell’Urbe da tempo per perorare la causa del suo re, Alfonso di Aragona, che, desiderando cingere anche la corona di Napoli, aveva bisogno dell’approvazione del Pontefice, che era, seppur formalmente, il sovrano anche di Napoli.
UN BORGIA TIRA L?ALTRO Alonso Borgia portò a termine bene il suo mandato ed ebbe in dono dal re Alfonso un palazzo e dal Papa il cappello di cardinale. L’arcivescovo di Valencia era un uomo che aveva passato la sua vita negli studi di legge, che all’epoca impegnavano moltissimi anni. A differenza di molti suoi colleghi, egli non era un vecchio “arnese di curia”; era un ecclesiastico severo e frugale che devolveva buona parte dei suoi proventi in beneficenza. Non gli si conoscevano amanti, nè passioni per le arti, per il teatro o per lo sfarzo, così di moda all’epoca. La sua unica passione era sempre stato l’arido linguaggio della legge, e si trovava a suo agio tra le pergamene, i documenti, i codici. Quando Nicola V morì, il cardinale Borgia era, oltre che avanti con gli anni, anche di salute malferma.
E la sua nomina avvenne proprio per queste sue caratteristiche. I cardinali erano arrivati ad un punto morto: le alleanze si facevano e si disfacevano attorno ai nomi più quotati senza riuscire a raggiungere un risultato. A tutti parve a un certo punto un’ottima soluzione l’elezione di questo vecchio grigio, che non sarebbe vissuto a lungo, ma abbastanza per permettere la formazione di un gruppo dominante che potesse esprimere un Papa. Inoltre il cardinale di Valencia aveva il pregio di essere uno straniero, e di restare quindi al di fuori delle normali faide che dividevano le famiglie della nobiltà romana, abituate ad entrare pesantemente nel gioco che doveva concludersi con la conquista di un immenso potere spirituale e temporale.
Insomma, il cardinale Alonso Borgia, papa Callisto III, non doveva essere che una parentesi che permettesse di riprender fiato alle varie fazioni, per poter meglio ricominciare le loro lotte, le loro alleanze, i loro intrighi. E in effetti il suo pontificato fu breve (tre anni scarsi), grigio come era lui stesso, che divenne ancora pIù aspro e scostante per il fallimento di quella che considerava la sua maggiore missione: una crociata. Ma Papa Callisto III, per quanto austero e riservato, non si sottraeva agli usi del nepotismo, tranquillamente accettato all’epoca, ed anche comprensibile in questo caso, per un uomo che desiderava circondarsi di compatrioti, trovandosi all’improvviso a dover prendere dimora definitiva in una città che non era sua e che, da sempre tollerante e cosmopolita, manifestava un’antica antipatia proprio per il popolo spagnolo, considerato un popolo di straccioni vanagloriosi, soprattutto ora che la nuova cultura rinascimentale faceva lievitare il gusto per tutto ciò che poteva esserci di bello e raffinato nel vestire, nel comportamento, addirittura nel modo di camminare e di mangiare.
… E ARRIVANO FROTTE DI SPAGNOLI E Roma iniziò a riempirsi di spagnoli, mal tollerati dai pur tolleranti romani, che non mancavano di far notare che, “se il vento spirava bene, si sentiva l’avanzare d’una compagnia di spagnoli ad un miglio di distanza”, ironizzando così pesantemente su una presunta scarsa confidenza di quel popolo col sapone. Gli spagnoli a loro volta non nascondevano il loro disprezzo per i romani, considerati un popolo di rammolliti, se non addirittura di effeminati, salvo poi guadagnarsi il rimprovero dei romani, tenendo quei comportamenti di eccessiva sfrenatezza e dissolutezza che non si sarebbero mai potuti permettere in patria. Callisto III volle vicino a sè i due nipoti prediletti, Pedro e Rodrigo, figli di sua sorella Isabella, da poco rimasta vedova. Erano due giovani gagliardi, poco più che ventenni, e il Papa spagnolo vedeva in loro il sostegno della sua vecchiaia. Tra i due Rodrigo, il più brillante, era già predestinato alla carriera ecclesiastica; ed infatti aveva dovuto seguire i lunghi e complicati studi di giurisprudenza, che avrebbero potuto dargli l’accesso ai più elevati incarichi.
E il Papa lo nominò, a soli venticinque anni, cardinale e vicecancelliere. Questa carica praticamente lo rendeva secondo solo al Pontefice sia negli affari amministrativi interni della Chiesa che nei rapporti con le altre potenze. Il fratello Pedro ebbe invece la carica di Prefetto di Roma. Il Prefetto era il funzionario che esercitava il potere temporale sull’Urbe in nome del Papa. Callisto, che adorava i due nipoti, non esercitò su di loro alcuna autorità, disinteressandosi del loro operato ed approvandolo a priori, preso com’era dalle varie incombenze della sua carica e dal pensiero di organizzare la Crociata. Malaticcio, dirigeva gli affari della Chiesa più dalla stanza da letto che dalla fastosa sala delle udienze, liquidando spesso le lamentele che gli giungevano sull’operato di Pedro come semplici espressioni di malevolenza contro gli spagnoli.
Ma la realtà era diversa: mentre Rodrigo, di indole brillante ed affabile, sapeva farsi benvolere, Pedro era arrogante, convinto di esercitare un’autorità indiscutibile, per nulla conoscitore dell’animo dei romani, pronti a impiccare domani chi oggi veniva incensato. E Pedro si accorse amaramente dei suoi errori di comportamento quando la salute del Papa precipitò. Spinta dalla potente famiglia Orsini, che considerava la carica di Prefetto come una proprietà privata e pertanto aveva visto come usurpatore il giovanotto spagnolo che aveva come unico merito il fatto di essere nipote del Papa, la plebaglia romana iniziò una vera caccia allo spagnolo, che si interruppe per qualche giorno quando sembrava che Callisto si riprendesse, per poi ricominciare con accresciuta virulenza quando era chiaro che il Pontefice era ormai agonizzante. Le truppe papaline non intervenivano: era del resto una tradizione che la città piombasse nel caos alla morte del Pontefice, per riprendere poi la sua vita quotidiana quando il Conclave proclamava il nuovo eletto.
IL FUTURO PAPA SE LA SQUAGLIA Nel breve interregno nessuno voleva assumersi responsabilità eventuali di fronte al futuro padrone. E quindi i due spagnoli più eminenti, Pedro, Prefetto di Roma, abbandonato anche dal suo corpo di guardia personale, e Rodrigo, Cardinale vicecancelliere della Chiesa, fuggirono nella notte da Roma, travestiti, per raggiungere Ostia, dove una nave avrebbe dovuto portarli in salvo. Ma anche il capitano della nave aveva abbandonato il prefetto caduto in disgrazia, e pertanto i due fratelli presero la strada per Civitavecchia, dove peraltro Pedro, sfuggito al linciaggio dei vendicativi romani, trovò la morte per un’improvvisa febbre. Rodrigo invece a poche miglia da Civitavecchia, considerando il fratello ormai al sicuro, aveva ripreso la strada per Roma, dimostrando un notevole coraggio: anche se lui era benvoluto, ed era pur sempre un principe della Chiesa, gli Orsini non erano disposti a fare molte distinzioni fra spagnoli buoni e spagnoli cattivi. Ma nella città in preda alla plebaglia assetata di sangue spagnolo, Rodrigo riuscì a raggiungere il Vaticano e si portò al capezzale dello zio agonizzante. E lì attese, fino alla morte del vecchio Pontefice.
A soli ventisette anni il cardinale Rodrigo Borgia, grazie al suo ufficio di vicecancelliere, era il porporato più alto in carica tra i diciotto conclavisti che si riunirono il 17 agosto 1458 per eleggere il successore di Callisto III. Di questo conclave ci è rimasta una vivida cronaca, redatta dal cardinale Enea Silvio Piccolomini, vescovo di Siena, che ne uscirà come Papa, col nome di Pio II. E fu in questo conclave che il giovanissimo cardinale dimostrò la sua abilità e anche la sua spregiudicatezza nel capire da quale parte schierarsi. Inizialmente favorevole all’elezione del francese Estouteville, potente e ricchissimo vescovo di Rouen, Rodrigo si dichiarò poi apertamente a favore del vescovo di Siena, riuscendo, con questa esternazione, a trascinare anche gli ultimi riluttanti conclavisti.
BORGIA COMINCIA L?ARRAMPICATA Ma la sua scelta non fu determinata da pii motivi. Ammonito dallo stesso Piccolomini sull’inaffidabilità delle promesse del cardinale francese, che mai avrebbe riconfermato, al di là dei solenni impegni, nella fondamentale carica di vicecancelliere uno spagnolo, Rodrigo Borgia ebbe l’intuizione giusta e poi seppe sfruttare il suo ascendente e la sua personalità accattivante per far pendere l’ago della bilancia a favore di Piccolomini. E la naturale ricompensa da parte di Papa Pio II fu la riconferma del cardinale spagnolo nel delicato ufficio. Finalmente Rodrigo Borgia cessava di essere il nipote prediletto di un Papa regnante: ora doveva davvero misurarsi con le sue proprie forze, e l’esordio era stato promettente.
Tra il novello Pontefice e il giovane cardinale, due uomini assolutamente diversi, pio e colto il primo, mondano e superficiale, seppur dotato di vivacissime doti intellettuali il secondo, si stabilì una collaborazione profonda. Pio II considerava Rodrigo un uomo “eccezionalmente abile” e lo voleva sempre al suo fianco. Rodrigo lo ripagava con una fedeltà e un’obbedienza assolute, conformandosi anche alle regole quasi puritane e monacali del Papa, parco nel mangiare, indifferente alla mondanità, ma in compenso sensibile allo sfarzo nelle cerimonie religiose, nella cui organizzazione il cardinale spagnolo era un vero maestro, come la processione del Corpus Domini. Non erano ancora gli anni in cui il cardinale Borgia sarebbe divenuto la delizia dei cronisti del pettegolezzo, sempre a caccia di scandali da offrire in diffusione al miglior offerente. In una sola occasione Rodrigo fece uno scivolone: per una questione di donne, una piccola orgia a cui si diceva avesse partecipato in occasione di un viaggio a Siena. La reprimenda del Papa fu pesante, le proteste di pentimento del giovane furono pronte. E mai più durante il pontificato di Pio II Rodrigo fece simili errori.
Ormai stabilito a Roma, Rodrigo Borgia pensò anche alla costruzione di un palazzo adeguato alla sua posizione sociale. E lo fece proprio di fronte al Vaticano, sull’altra sponda del Tevere. Il suo palazzo, un palazzo-fortezza come erano tutti all’epoca, destinati ad abitazione sontuosa ma anche a rifugio nei non infrequenti periodi di caos, ci viene descritto dal Cardinale Ascanio Sforza, in una lettera che questi inviò la fratello Ludovico, il signore di Milano. E ne vien fuori la descrizione di un palazzo con una grande e disorganica esibizione di ricchezza: vasellame, tappeti preziosi, imbottiture in tessuti raffinati: tutto radunato senza un piano preciso, se non quello di sottolineare la propria agiatezza e magnificenza.
UN PLAY BOY VESTITO DI PORPORA Ben presto la piazza prospiciente il Palazzo Borgia divenne anche il luogo di frequenti spettacoli che il cardinale spagnolo offriva al popolino: rappresentazioni, musica, in un’occasione anche una corrida. Il popolo minuto non partecipava certo al conclave, ma rendersi popolare era comunque una buona politica, faceva comunque parte dei requisiti da avere se si voleva mirare in alto, molto in alto.
Pio II morì nel 1464; dopo di lui regnarono i Papi Paolo II, Sisto IV e Innocenzo VIII. E sempre al fianco del Pontefice vi fu il vicecancelliere cardinale Rodrigo Borgia. Solo un uomo di eccezionale valore poteva resistere per trentasette anni sotto quattro diversi papi. Consideriamo infatti che dopo la parentesi di Pio II, uomo devoto e religioso per quanto il suo tempo poteva permetterlo ad un sovrano regnante, con i successivi pontefici il mercanteggiamento della carica papale, l’assegnazione degli uffici in base alle alleanze politiche, erano divenuti ormai la prassi comune. In un clima di rilassamento morale totale, nessuno dei nuovi Papi avrebbe mantenuto nel suo alto ufficio il cardinale Rodrigo Borgia se non avesse dovuto riconoscere che ormai, in quel posto, ambìto da molti postulanti e quindi possibile merce di scambio per voti nel conclave, nessuno poteva fare meglio di lui. E Rodrigo si spianò la strada per diventare Papa: nessuno come lui era stato così al centro di tutti gli affari ecclesiastici più importanti di un trentennio. E la sua elezione a Papa l’11 agosto del 1492 non fu che il logico epilogo di una strada costruita con pazienza e tenacia.
Quando divenne Papa Rodrigo Borgia aveva già sette figli (di cui quattro avuti dall’amante “ufficiale”, Vannozza Cattanei e tre da altre donne), una nuova amante (come vedevamo all’inizio, la giovanissima Giulia Farnese), una situazione “familiare” decisamente intricata. E quest’uomo privo di scrupoli, che aveva costruito la sua strada per il potere con sagacia e pazienza, aveva però il suo tallone d’Achille: non tanto la sua esuberante passionalità, quanto il suo amore sviscerato per i figli, per i quali, come vedremo più avanti, mosse i suoi pochi, ma gravi, passi falsi. Forse, quando divenne l’uomo più potente della Terra, Padrone delle chiavi del Cielo, accarezzò anche, nel più profondo del suo animo, un folle sogno dinastico, che avrebbe trasformato la famiglia Borgia, di piccola nobiltà spagnola, nella famiglia più potente del mondo, per generazioni e generazioni.
L?ORGIA SEGRETA DEL CARDINALE Un sogno folle, che non possiamo che ipotizzare. Ma comunque una follia permeava un mondo dove era cosa normale e accettata che un uomo di Chiesa, non potendosi sposare, avesse una o più amanti, dove ormai solo l’apparenza contava. E parliamo di follia non tanto per un discorso morale, il peccato essendo compagno di strada quotidiano di ognuno, quanto per la doppiezza che si impone come modello di vita quando, nello sfascio morale, la salvezza delle apparenze diviene essenziale. Se ben guardiamo, lo stesso biasimo di Pio II per l’episodio dell’orgia di Siena ha qualcosa di grottesco. Logica avrebbe voluto che un Principe della Chiesa, colto in un tale peccato, subisse una durissima punizione. Ma in fondo quello che si rimproverava all’allora giovane Borgia non era tanto il peccato carnale, quanto che la cosa fosse divenuta oggetto di pettegolezzo. E Rodrigo Borgia dimostrò di essere il campione di questo mondo artificiale e schizofrenico. Nell’autunno del 1474 il notaio Camillo Beneimbene venne chiamato a Palazzo Borgia a presiedere una cerimonia nuziale, onorata dalla presenza del cardinale stesso, tra Vannozza Cattanei e messer Domenico d’Arignano, di professione “funzionario ecclesiastico”. Si sarebbe detto che si celebrava il matrimonio di un parente povero ma caro al cardinale, che per particolare benevolenza gli aveva concesso l’uso della sua dimora sfarzosa per la cerimonia.

Lucrezia, la chiacchierata figlia di Papa Borgia, presta il volto a Santa Caterina in un’opera del Pinturicchio
La realtà era ben diversa. Questo matrimonio non fu che il primo di una lunga serie di atti formali con cui il cardinale Rodrigo Borgia intendeva dare “copertura legale” alla propria amante e ai figli che dalla stessa avrebbe avuto. Il marito morì pochi mesi dopo il matrimonio e Vannozza restò vedova per quattro anni, durante i quali dette alla luce due figli, Juan e Lucrezia, che vennero ad aggiungersi al primo, Cesare, nato un anno esatto dopo le nozze. Nei quattro anni successivi, Vannozza si sposò altre due volte, sempre con uomini scelti da Rodrigo Borgia, e mise al mondo altri due figli, Joffre e Ottaviano. Quest’ultimo fu l’unico riconosciuto dal legittimo marito, ma anche sulla paternità di Joffre esistevano dei dubbi, che lo stesso Borgia esprimeva nei momenti di collera.
I MARITI DELLE AMANTI DEL PAPA Del resto questi “incidenti” erano inevitabili in una situazione così delicata: il cardinale sceglieva i mariti per l’amante, preoccupato di dare sempre a quest’ultima una situazione di “legittimità”. Ma doveva certamente convincere con sostanziosi argomenti gli sposi “pro-tempore” a subire una situazione che era una bazza per i pettegolezzi romani. E poteva darsi che un marito “formale” volesse dimostrare di essere anche un marito “sostanziale”. Vannozza Cattanei veniva dai ranghi della più bassa nobiltà, e secondo i più maligni era una delle tante cortigiane, più abile di altre.
Di certo fu per il cardinale spagnolo una compagna discreta che gli diede un lungo periodo di stabilità affettiva e che indubbiamente lo coinvolse profondamente, tant’è che il futuro Papa Alessandro concentrò tutte le sue attenzioni paterne sui figli avuti da Vannozza (Cesare, Juan, Joffre e Lucrezia), preoccupandosi molto meno per gli altri tre figli (Pedro, Gerolama e Isabella) nati precedentemente al suo legame con Vannozza e sulla cui madre riuscì sempre a mantenere il segreto più assoluto. Pedro ottenne il ducato di Gandia in Spagna, fu un soldato valoroso, e morì a soli trent’anni, nel 1488. Gerolama e Isabella vennero date in moglie a rappresentati minori della nobiltà romana. La prima morì giovanissima poco dopo le nozze, mentre Isabella sopravvisse a tutti i figli di Vannozza, li ignorò e fu da essi ignorata e morì ultrasettantenne, nel 1541.
Vannozza, dicevamo, fu la compagna discreta e sottomessa. Prudente e avveduta, a differenza delle vere cortigiane che quasi sempre finivano la loro vita in miseria, seppe amministrarsi molto bene; del resto Rodrigo Borgia era ricchissimo e generoso. Le diede molto: ma le chiese anche molto. E Vannozza seppe ritirarsi silenziosamente quando il futuro Papa Alessandro si infiammò per la giovanissima nuova amante, e seppe obbedire in silenzio anche quando le furono sottratti i figli, affidati alle cure di Adriana da Mila, una cugina di Rodrigo, a lui devotissima. E proprio Adriana è senza dubbio la figura più misteriosa e ambigua in tutta la vicenda di Rodrigo Borgia.
Adriana era nata a Roma, essendo suo padre venuto in Italia con la prima ondata di spagnoli, sotto il vecchio Papa Callisto, e aveva sposato un membro secondario della famiglia Orsini, da cui aveva avuto un unico figlio, nato poco prima che lei rimanesse vedova. E il figlio era quell’Orsino Orsini, uomo scialbo e senza particolari doti, che nel 1489 sposò la bellissima Giulia Farnese. La cerimonia si svolse nella Sala della Stella di Palazzo Borgia, e lo sposo, terminata la formalità, si ritirò subito nella tenuta degli Orsini a Bassanello.
COTTA PER LA BELLISSIMA FARNESE Il suo posto venne preso dall’ormai cinquantottenne cardinale Rodrigo Borgia, che da questo nuovo legame ebbe gioie e dolori, come vedevamo all’inizio e due figli, Rodrigo e Laura, anche se sulla paternità effettiva di quest’ultima molto si discusse, per una certa coincidenza di date con l’ultima “scappatella” di Giulia alla tenuta di Bassanello. La relazione con Giulia fu una delle maggiori manifestazioni di potere del cardinale Borgia: la potente famiglia Orsini non mosse un dito di fronte alla ridicola situazione di un loro membro. E i Farnese, nobili spiantati, ricevettero a loro volta il loro guiderdone, perchè uno dei primi atti del nuovo Pontefice Alessandro VI fu la nomina a cardinale del fratello di Giulia, che ebbe così spianata la strada al futuro pontificato. Un enigma la posizione di Adriana, di fatto la suocera di Giulia.
Fu la torbida organizzatrice di tutto, o si limitò ad accettare la situazione? L’unica cosa certa è che per Adriana da Mila Rodrigo era l’universo che lei venerava. E per il quale potrebbe anche aver costretto il figlio a recitare l’incresciosa parte di marito “putativo” dell’amante dell’adorato cugino. L’aggrovigliata situazione affettiva del cardinale Borgia era ben rappresentata anche in termini logistici: Giulia infatti andata a vivere con Adriana e con i figli che Rodrigo aveva avuto da Vannozza e che, come vedevamo, aveva dato in tutela alla devota cugina.
C?era ormai materiale per deliziare i cronisti mondani e per alimentare i pettegolezzi a dismisura. L’antico livore romano contro gli spagnoli trovò nuovo alimento nell’esuberanza di questo cardinale spagnolo che spargeva figli in giro, preoccupandosi però di avere sempre amanti regolarmente sposate e ben sapendo, nel frattempo, che il segreto sulla sua situazione era il segreto di Pulcinella. E così sulla famiglia Borgia, tanto più quando Rodrigo divenne Papa Alessandro VI, si scatenò anche un diluvio di maldicenze, la più tenebrosa delle quali fu quella circa i rapporti incestuosi tra il Pontefice e l’adorata figlia Lucrezia, che a sua volta avrebbe avuto rapporti così obbrobriosi anche col fratello Cesare. Voci maligne, che non furono mai suffragate da prove. Ma comunque voci faticose da dissipare, per un uomo che, in ogni caso, non poteva certo dirsi un modello di virtù.
SOTTO UNA TEMPESTA DI PETTEGOLEZZI Ma queste voci non impressionavano più di tanto nè il popolo romano, avvezzo ormai a tutto, nè il sacro collegio dei cardinali. Molti dei porporati avevano l’armadio così pieno di scheletri, da non pensare neppur lontanamente ad andare ad aprire gli armadi altrui. E gli scheletri non erano costituiti solo da peccati carnali, sui quali peraltro la Chiesa all’epoca era abbastanza indulgente. Il vero cancro che stava corrodendo la società era la corruzione dilagante: tutto era in vendita, era solo questione di prezzo. E naturalmente non mancarono le voci sull’ “acquisto” da parte di Rodrigo Borgia dei voti in conclave per essere eletto Papa.
Diversi anni dopo la morte di Alessandro VI queste voci vennero date come assolute verità dallo storico fiorentino Francesco Guicciardini. Qualche dubbio resta legittimo, sia per l’animosità che comunque il Guicciardini mai dissimulò contro gli spagnoli che avevano “infestato” Roma, sia perchè il conclave da cui Rodrigo Borgia uscì con la bianca veste papale si svolse nel più assoluto segreto, sotto la ferrea vigilanza del maestro di cerimonie Johannes Burchard, funzionario arido ma scrupolosissimo nel far rispettare le regole, tra le quali esisteva quella della segretezza, violata solo, tanti anni prima, da Piccolomini. Comunque dobbiamo considerare anche altri aspetti, tra cui la conferma, da parte dello storico milanese Bernardino Corio, del fatto che il principale antagonista di Borgia, il cardinale milanese Ascanio Sforza, si era ritirato dalla competizione dopo una generosa elargizione di monete d’oro.
Corio era uno studioso moderato e, soprattutto, bendisposto per ovvie ragioni di convenienza verso la grande famiglia milanese. Inoltre, tornando a quanto dicevamo prima, la corruzione era un costume talmente diffuso (gi? in uso ai tempi di Piccolomini, che nei suoi racconti riferisce di complicate transazioni monetarie tra i vari aspiranti alla carica suprema) che più nessuno se ne stupiva, almeno intimamente. Ma l’accusa poteva sempre tornare utile in un secondo momento, quando con più o meno ipocrisia si volevano trovare argomenti per colpire il regnante.
ASCESE AL SOGLIO URLANDO DI GIOIA Comunque per Rodrigo Borgia l’11 agosto 1492 restava la data in cui aveva raggiunto il suo scopo, nè fece nulla per dissimulare la sua gioia. Al posto del tradizionale e compassato “Volo” con cui il nuovo Papa dichiarava l’accettazione della carica, Rodrigo, al termine dello scrutinio, gridò con entusiasmo: “Sono Papa!” e impartì subito la prima benedizione al popolo, mostrandosi raggiante e sorridente. E da subito mostrò le sue doti, dando equilibrio ai suoi primi provvedimenti da Pontefice regnante.
Durante i giorni del conclave Roma era caduta, come di consuetudine, nel caos. Bande di teppisti avevano imperversato e si contavano oltre duecento morti. Alessandro capì che bisognava dare una risposta immediata al desiderio di ordine e di sicurezza. Scovare i delinquenti non era cosa difficile perchè questi, per una lunga abitudine all’impunità, si pavoneggiavano delle loro imprese. Le milizie papaline ebbero ordini precisi e spietati, e divennero finalmente simbolo di legalità, di severissima legalità: le case degli assassini vennero rase al suolo, e sulle stesse macerie si innalzava la forca alla quale veniva impiccato il colpevole. E il 26 agosto, quando ci fu l’incoronazione ufficiale di Alessandro VI, Roma si presentava come una città tranquilla ed ordinatissima alla quale, quasi in premio del suo ravvedimento (sollecitato a colpi di impiccagioni…), il nuovo Pontefice donò uno di quegli spettacoli che facevano andare in visibilio il popolo. La cerimonia dell’incoronazione in San Pietro e il successivo corteo per andare a prendere formale possesso del Palazzo Laterano furono quanto di più sfarzoso si fosse mai visto a Roma, un misto di esibizione di magnificenza, di pomposità, di gigantismo. Al centro del corteo, che sfilò per oltre sei ore, stava l’imponente figura del Papa stesso, maestoso, dalla figura alta, massiccia e piena di energia, in sella ad un cavallo bianco, vero sovrano capace di ammaliare la fantasia delle folle.
I iniziò così anche formalmente il regno di Alessandro VI, che per prima cosa si scontrò con una dura realtà: le finanze vaticane, al di là delle apparenze sempre sfarzose, vivevano in perenne asfissia, non essendo mai sufficienti le entrate a pareggiare completamente i costi di un apparato che era il più elefantiaco del mondo. Tra l’altro tutti i cattolicissimi regnanti europei avevano sempre diversi problemi quando si trattava di versare l’obolo dovuto alla Cattedra di San Pietro, mentre a carico delle finanze vaticane viveva un incredibile numero di persone non produttive, dipendenti di una burocrazia antiquata ma in perenne crescita, ivi inclusi quei cardinali a cui la Chiesa era tenuta a provvedere “comunque” e in misura adeguata al loro status di Principi.
BUSTARELLE PER LE INDULGENZE Insomma, nonostante la Chiesa avesse varie entrate, comprese quelle derivanti dal quasi monopolio sulla produzione dell’allume (sostanza indispensabile per tingere le stoffe), proveniente dalle miniere della Tolfa, poichè non si riuscivano a comprimere le spese, era necessario reperire nuove forme di guadagno. E fu con Alessandro VI che la vendita delle indulgenze e degli uffici ebbe uno sviluppo così smaccato da suscitare scandalo anche in una società che sembrava ormai capace di assorbire qualsiasi nefandezza. Addirittura esisteva un ufficio apposito, la Datarìa, che aveva il compito di mettere ordine in questo settore. E ai fondi della Datarìa il Papa poteva accedere direttamente, senza passaggi burocratici, che si sarebbero rivelati comunque imbarazzanti, perchè Alessandro VI aveva bisogno di molti soldi, non solo per le sue spese “familiari”, ma anche per far fronte alle ambizioni sempre maggiori dei figli.
Nei piani del Pontefice ognuno dei figli aveva un posto ben preciso. Mentre la prediletta Lucrezia era comunque destinata, dati gli usi dell’epoca, a divenire “merce di scambio” per matrimoni politici, Cesare, a soli diciotto anni, ebbe la porpora cardinalizia, nello stesso concistoro che nominò cardinale anche il fratello di Giulia Farnese. Juan era invece destinato alla carriera “civile”: succeduto al fratellastro Pedro nella titolarità del ducato di Gandia in Spagna, ebbe una rapida ascesa, divenendo successivamente anche capitano generale, signore di Terracina e Duca di Benevento. Ma questa veloce carriera fu interrotta bruscamente la notte del 14 giugno 1497, quando Juan, dopo aver partecipato ad una festicciola familiare in casa di Adriana, la cugina prediletta del padre, non fece più ritorno a casa.
Il suo corpo fu rinvenuto due giorni dopo nel Tevere; il Duca di Gandia era quasi irriconoscibile, martoriato da diecine e diecine di colpi di pugnale e di spada. I sicari avevano fatto un lavoro accurato. La morte di Juan gettò il Papa nella più cupa disperazione, acuita anche dal mistero che circondò l’assassinio e dalle voci insistenti che volevano il fratello Cesare non estraneo al crimine. In effetti quest’ultimo da tempo scalpitava, mal accettando la sua posizione di ecclesiastico, seppur di altissimo rango, e non nascondendo la sua invidia per la carriera mondana e politica in cui invece era avviato il fratello.
CESARE, UN MOSTRO FIGLIO DI PAPA E in effetti, mentre l’incolore Joffre andava sposo, giovanissimo, a Sancia d’Aragona, e si trasferiva poi nel Regno di Napoli, dove sarebbe morto nel 1517, Cesare iniziò la sua incredibile ascesa dopo la morte del potente fratello Juan. Si dice che Cesare esercitasse sul padre una notevole e nefasta influenza: sta di fatto che Alessandro VI, che per creare Cesare cardinale non aveva esitato a compilare un falso documento in cui lo si dichiarava “nipote”, al quale era stato concesso benevolmente l’uso del cognome Borgia, non seppe rifiutare la richiesta del figlio, che ora voleva essere ridotto allo stato laicale. E Cesare, ora che aveva anche formalmente la libertà di agire, iniziò la sua avventura. Ottenuta dal Re Carlo VIII di Francia (formalmente alleato del Papa dopo la goffa “invasione” dell’Italia del 1494 con la quale il giovane monarca voleva, tra le altre cose, deporre Alessandro, Papa corrotto e simoniaco, e fu da questi invece subornato) il titolo di Duca di Valentinois, divenuto cognato del Re di Navarra, iniziò l’invasione delle Romagne con truppe fornite dal re francese e finanziate dal pontefice. Ufficialmente il “Duca Valentino” (così era chiamato in Italia) doveva rivendicare i diritti papali su quelle terre: di fatto iniziò la costruzione di un suo regno personale, conquistando Imola e Forlì e ingrandendosi via via fino a raggiungere Perugia e Città di Castello.
In tutte queste campagne diede prova di crudeltà senza pari, ricorrendo, quando lo reputava conveniente, al tradimento e all’inganno. Il Papa stava a guardare questo figlio che ormai gli impartiva ordini, gli ingiungeva di non allearsi con gli Aragonesi per non creare imbarazzi al Re di Francia, costruiva un regno sui territori che erano della Chiesa. Fu Cesare Borgia l’ispiratore di Machiavelli quando questi volle descrivere il tipo ideale di “principe”. E Cesare, già sospettato per l’assassinio del fratello, fu anche il principale indiziato per un altro fosco episodio, che si consumò addirittura all’interno delle mura vaticane: l’uccisione di Alfonso di Aragona, marito di Lucrezia, che l’aveva dovuto sposare quando il padre Alessandro, interessato a stringere alleanza con la casa d’Aragona, fece dichiarare nullo il primo matrimonio della figlia con Giovanni Sforza.
…. E AMBIZIOSO FINO ALL?OMICIDIO Un primo tentativo di assassinio andò a vuoto: ignoti sicari accoltellarono Alfonso, ma la forte fibra del giovane ebbe la meglio. Si dice che Cesare, che si recò in visita al capezzale del ferito, fu sentito sussurrare “ciò che non s’è fatto per colazione, si farà per cena.” Probabilmente la frase è inventata. Sta di fatto che il matrimonio “politico” di Lucrezia con un membro della casa di Aragona cozzava contro gli interessi del re di Francia e quindi contro quelli del Duca Valentino. E il 18 agosto 1500 Alfonso di Aragona, convalescente dalle ferite, fu trovato strangolato nel suo letto.
Da parte di molti fu fatto il nome di Cesare. Il padre, il potente Alessandro VI, l’uomo che non aveva avuto alcun scrupolo per spianarsi la strada al papato, nè alcun scrupolo nel creare ricchezze e titoli per i figli, l’uomo che, come si diceva a Roma “vendeva le opere della Chiesa e poteva ben farlo, visto che le aveva comprate”, ormai manifestava apatia, incapacità a dominare il figlio, mentre la figlia prediletta Lucrezia prendeva la via della corte Estense di Ferrara, andando sposa al duca Alfonso d’Este, finalmente svincolandosi dalla corte vaticana e vivendo serenamente, apprezzata dai suoi nuovi sudditi, i suoi ultimi anni. Cesare continuava a imperversare: stroncò la ribellione di Senigallia, e fu anche l’occasione per regolare i conti ormai ultradecennali con la famiglia Orsini.
Alessandro VI fece imprigionare a Castel Sant’Angelo il cardinale Orsini, lo fece avvelenare, confiscò i beni di famiglia, sfrattò familiari e servi. Cesare a questo punto giudicò di poter eliminare i fautori della rivolta di Senigallia, i due nipoti dell’ormai eliminato cardinale Orsini, e li fece strangolare. Alessandro VI, si diceva, era ormai uno strumento nelle mani del Duca Valentino, vittima del mostro da lui stesso creato, di questo figlio che aveva appreso dal padre una vita di inganni, scelleratezze, consumate all’ombra della Croce di Cristo. E il 18 agosto del 1503 Alessandro VI, stroncato da un attacco di malaria, morì. Erano passati esattamente tre anni dal giorno in cui una mano omicida aveva messo fine, nel suo stesso palazzo, alla vita di Alfonso di Aragona. Le leggende fiorirono anche sulle ultime parole del Papa: secondo alcuni morì invocando il Demonio, secondo altri fece in tempo a chiedere perdono dei propri peccati.
MORI? INVOCANDO SATANA… SI DISSE Resta il fatto che, pur sfrondandolo dalle molte leggende, il pontificato di Alessandro VI rappresenta probabilmente il punto più basso a cui arrivò la storia della Chiesa. L’aver abbellito Roma, o l’aver protetto artisti come il Pinturicchio o il Sangallo rientrava in uno stile rinascimentale: era quasi un dovere. Ma la morte di papa Rodrigo Borgia, Alessandro VI, che, salvo una vaga devozione, più che altro di maniera, per la Vergine, non mostrò mai altri interessi che non fossero quelli di sfrenato potere per sè e per i suoi figli, questa morte, dicevamo, non suscitò commozione nè rimpianti in alcuno. Roma, eterna e a tutto adattabile, mise pochissimo tempo a far sparire ogni traccia dell’esecrando periodo. La vita continuava.
La morte del Papa fu l’inizio della fine per Cesare Borgia. Il Duca Valentino era caduto malato assieme al padre, ma la sua forte fibra e la giovinezza ebbero la meglio sul morbo. Conscio del fatto che senza Alessandro VI i suoi molti nemici avrebbero iniziato a presentargli il saldo dei conti, Cesare ebbe però motivo di sperare con l’elezione a Papa di Francesco Piccolomini, nipote di Pio II, che prese il nome di Pio III. Quest’ultimo confermò Cesare Borgia nella carica di capitano generale della Chiesa. Ma il pontificato di Pio III non durò che un mese: vecchio e malato, il Papa morì il 18 ottobre del 1503, probabilmente anche a causa delle fatiche imposte dalla complicata cerimonia dell’incoronazione. E dopo la morte di Pio III, Cesare fece il suo primo grave errore di valutazione, brigando (disponeva ancora del controllo dei cardinali spagnoli) per l’elezione a Papa di Giuliano della Rovere, già acerrimo nemico di Alessandro VI. Della Rovere divenne Papa, col nome di Giulio II, e subito disattese le promesse che aveva fatto a Cesare in cambio dell’appoggio dei porporati spagnoli, tra cui quelle di confermarlo nella carica di capitano generale e di tutelare il “suo” ducato di Romagna, che senza la sua presenza si andava sfaldando. Cesare Borgia non contava più senza l’uomo che era il suo specchio e il suo succube, Alessandro VI. Svanito il sogno del Regno in Romagna, imprigionato dal già amico Re di Francia, Cesare, passato ora al servizio della Navarra, morì nel 1507 presso la città spagnola di Viana, dove si trovava alla testa di un esercito navarrino, per combattere la ribellione del conte Juan di Beaumont. Le circostanze della sua morte sono note: fu ucciso da alcuni soldati di Beaumont, che se l’erano visto arrivar contro, solo, in una specie di forsennata carica. Meno noti sono i reali motivi del comportamento di Cesare, che fece il marchiano errore (difficilmente pensabile per un generale del suo valore) di arrivare da solo a contatto del nemico, essendosi tagliato fuori dal collegamento col resto dell’esercito. E infatti non pochi parlarono di suicidio, un suicidio condotto con energia, virulenza, e comunque con coraggio. Un suicidio degno del Duca Valentino.

di PAOLO DEOTTO

Fonte Internet.

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Storia della chiesa:La santa inquisizione

21 Giugno 2005 Commenti chiusi


Questo capitolo è il primo di una serie dedicata a tutti quelli che si oppongono fermamente a qualsiasi tipo di soppressione della vita…

Per oltre 1.500 anni la chiesa romana ha fatto del cattolicesimo un’arma per difendere le classi dominanti e sottomettere le classi più povere, oltreché per riprodurre e ingigantire il proprio potere sull’umanità. La grande svolta avvenne con il passaggio del cristianesimo da religione tollerata (editto di Costantino1, 313 d.c) a religione di Stato (editto di Teodosio 381 d.c), da religione degli oppressi a religione degli oppressori.
Il sistema schiavistico romano implodeva schiacciato dalle sue contraddizioni, l’Impero romano era assediato dai barbari e il suo centro economico e politico era passato da Roma a Costantinopoli, le religioni monoteiste soppiantavano il paganesino. A questo stesso periodo risale l’opera di mediazione politica dei custodi della fede cattolica con le popolazioni barbariche e i re nonché l’uso della religione per conciliare e stemperare la lotta di classe dei contadini e delle masse popolari (la cosiddetta teoria della “Tregua di dio” che con la scusa di difendere i poveri contro gli abusi di potere legittimava lo sfruttamento signorile). Nel frattempo con il documento testamentario, inventato di sana pianta dal primo vescovo di Roma, vastissimi possedimenti e beni dell’impero passarono nella mani della chiesa, e da lì nacque e si consolidò il cosiddetto potere temporale (politico e statale) della chiesa.

Il potere temporale della chiesa
Quando dopo la caduta dell’impero romano, emergeranno i primi regni romano-germanici e il sistema schiavistico romano si trasformava nel sistema feudale i tempi saranno maturi per fare del “Sacro romano Impero” il braccio secolare della chiesa per la conservazione della fede e della disciplina ecclesiastica: il potere dei principi e dei grandi proprietari terrieri sarebbe servito per “imporre con il terrore” ciò che i sacerdoti non fossero riusciti ad imporre “con la parola” (Isidoro di Siviglia sec. VI e VII d.c). Tra il VI e VIII secolo la Roma papale, ingrassata parassitariamente dalle “donazioni pie” diviene il principale centro politico dell’Occidente.
La storia della “Santa Inquisizione” non può essere compresa al di fuori del sistema economico dominante dell’epoca storica in cui nacque: il feudalesimo. Gli alti gradi della gerarchia ecclesiastica erano infatti membri di grandi famiglie signorili, determinando tra aristocrazia laica ed alto clero una trama di vincoli di sangue, di interessi, di mentalità quanto mai stretta. Non a caso per tutto il medioevo il possesso della curia romana è il susseguirsi di lotte intestine tra i rappresentanti della nobiltà.
Dio stesso venne effigiato come un signore seduto in trono e attorniato da una corte di vassalli celesti, in atto di concedere in feudo parti del paradiso, i cristiani considerandosi come fedeli presero l’abitudine di di inginocchiarsi a lui in mani giunte, nell’identica posizione cioè del vassallo nei confronti del signore feudale. Il rito della investitura dei beni del proprietario terriero nelle mani del feudatario in cambio della ricompensa dei servigi del vassallaggio erano riprodotti nei riti di conferimento delle cariche ecclesiastiche e persino nel rito con cui il papa incoronava i sovrani d’Europa che stava a rappresentare il controllo indiretto del papato su tutti i feudi di Europa. La religione cristiana e la filosofia (scolastica), così come l’intera cultura (oscurantismo) venivano piegate ed adeguate alla difesa e conservazione dei rapporti di produzione dominanti. In questo senso è interessante notare come il termine “madonna” (domina) cioè il femminile di signore, sia stato scelto sia per indicare la Vergine sia per designare la donna che il cavaliere sceglieva nei riti dell’amore mondano come oggetto di una devozione fedele e di servizi per i quali si attendeva una ricompensa.
Così più o meno al tempo in cui Carlo Magno (definito vescovo dei vescovi) fu incoronato re dal papa (natale del ’800), nacque il diritto canonico che, debitamente mescolato al diritto romano, costituirà la più importante sovrastruttura giuridica di tutti regni del medioevo feudale e raggiunse l’universalità in Europa con l’affermazione del papato seguita alla “riforma” gregoriana del sec. XI, che autoproclamò il clero romano gerarchizzato al di sopra di tutte le altre chiese ridotte a sue succursali e concentrò tutto il potere ecclesiastico nelle mani del monarca assoluto, del dio in terra, il papa, eletto solo da una schiera ben selezionata di cardinali (1059). I rilevantissimi patrimoni feudali della chiesa potevano così essere difesi ancor più che con le armi dei principi, dei baroni, dei feudatari e dei vassalli, molto spesso dei re, con altre e ben più potenti armi nelle mani dei papi: la scomunica e l’interdizione che non solo separavano il colpevole dalla comunità di culto, ossia tutto il regno della cristianità, ma lo isolavano anche dal contesto civile, dalla società, privandolo di tutti i suoi diritti e beni. In questo modo i possedimenti depredati dalla chiesa si decuplicarono. Per estendere ancora l’Impero della chiesa il papato, in collaborazione con i vari sovrani e i grandi feudatari del tempo promossero ben otto crociate in Palestina (1096-1274). Sotto la bandiera della “guerra santa contro l’Islam” terrorizzarono e saccheggiarono in lungo e in largo il Mediterraneo mentre in Europa, dalla Spagna al Baltico a Costantinopoli, sterminarono tutti gli elementi o movimenti eterogenei che si ribellavano alla servitù della gleba e che non si lasciavano assimilare nelle strutture civili ed ecclesiastiche. Non a caso proprio nel 1096 ebbero inizio le persecuzioni, le espropriazioni e i massacri delle comunità ebraiche che fino ad allora erano convissute senza grossi problemi nel mondo cristiano. Non fu risparmiata nemmeno la chiesa ortodosso bizantina. Anche la repressione dell’eresia catara aveva lo stesso scopo e assumeva il carattere di una vera e propria “crociata interna” contro gli albigesi (1209-1218) in seguito alla quale gran parte del sud della Francia fu messo a ferro e fuoco.
Dato che le campagne militari non bastavano i papi decisero di costituire per la repressione della eresia una organizzazione giudiziaria permanente e onnipresente che prese il nome di Inquisizione. L’Inquisizione fu la logica conseguenza della sacralizzazione del potere papale, che direttamente, e senza mediazioni, ne concesse e legittimò gli immensi poteri. A monte il “carattere divino” della chiesa, il potere del pontefice di definire la verità e perseguire l’errore, di mediare tra l’aldilà e l’aldiqua, di sciogliere e legare, alla luce della “verità” definita, tutti gli aspetti della vita sociale. è anch’essa un riflesso del consolidarsi dei rapporti feudali e nello stesso tempo il sintomo dello sgretolarsi di questi stessi rapporti. Come i vassalli e valvassori erano stretti in una rete di proibizioni tali da impedirgli di nuocere al signore nel corpo, nei beni e nell’onore, così fu anche per l’intera società imprigionata ogni minuto al rispetto della ferree regole e doveri imposti dal clero. Attraverso i secoli, l’Inquisizione fu il più efficiente e mostruoso meccanismo di controllo sociale della storia dell’Occidente cristiano, poiché il suo potere, prima che sulle azioni, si abbatteva sui pensieri, sulle intenzioni, sulle scelte devianti. Non è un caso che il termine “eresia” voleva dire originariamente “scelta”.

L’Inquisizione come metodo di governo
Nel 1184 papa Lucio III in accordo con Federico Barbarossa con la bolla Ad abolendam istituì in ogni diocesi una inquisizione episcopale per individuare e colpire con l’aiuto della autorità secolare persone e parrocchie infette da eresia. Il concilio Lateranense IV confermando ed estendendo nel 1215 le pene spirituali e temporali già in uso affermava la repressione dell’eresia sul piano della legislazione universale della chiesa e fu introdotta la pena di morte mediante il rogo per i delitti di “lesa maestà divina”. Grazie alla deduzione del purgatorio, “invenzione” di Bonifazio VIII, primo Jiubilee maker, si accentuò ancora di più la dittatura papale. Nel 1335 in Piemonte, all’Inquisitore che li interroga, i valligiani valdesi, che poi furono tutti impiccati o bruciati, risposero che nell’altra vita si aspettavano solo l’inferno o il paradiso e che il purgatorio è qui sulla terra.
Da Roma si cominciò quindi ad inviare con sempre maggiore frequenza delegati papali da sostituire ed affiancare ai vescovi meno zelanti o efficienti finché Gregorio IX a partire dal 1231 istituì su tutto il territorio della cristianità una rete di tribunali aventi giurisdizione per crimini di eresia. A presiedere questi tribunali erano inviati membri degli appena nati ordini mendicanti (i domenicani soprattutto ma anche i francescani), fedeli esecutori del centralismo papale. Soggetti all’Inquisizione erano tutti i sospetti di eresia (catari, valdesi, beghini, spirituali, ecc.), tutti gli oppositori politici ma anche gli imputati di “delitti” contro la morale e la disciplina della chiesa, i bestemmiatori: tutti i casi in sostanza nei quali l’inquisitore avesse giudicato l’offesa della legge ecclesiastica tanto grave da toccare problemi di fede, ovvero interessi ecclesiastici o nobiliari. La colpevolezza era stabilita mediante prove testimoniali o per la confessione del reo: per ottenerla questa si ricorreva sistematicamente al regime carcerario più duro (digiuni, catene ecc.) e alla tortura (tratti di corda, cavalletto, carboni ardenti, ecc.), la difesa era pressocché inesistente. Le stesse spese dei tribunali venivano sostenute con le multe e la confisca dei beni dei colpevoli. Sin dai tempi della bolla Ad extirpanda (1252) la tortura era sta legittimata come elemento (fondamentale e spesso, di fatto, unico) di prova ed era applicata con puntiglioso formalismo burocratico (la damnatio – correctio giubilare insiste sui “precisi limiti di durata”).
Le vittime della “Santa Inquisizione” sarebbero state secondo alcuni storici circa dieci milioni, in maggioranza donne (le cosiddette “streghe”) mentre secondo medievalisti cattolici come Gustav Henningsen, solo nell’età moderna in Europa furono centomila i processi di cui la metà si conclusero con la condanna al rogo.
Il re Ferdinando d’Aragona e la regina Isabella di Castiglia nel 1478 chiesero al papa Sisto IV il rafforzamento e la riorganizzazione del tribunale inquisitoriale ottenendo la facoltà di designare essi stessi gli inquisitori. In Spagna l’Inquisizione fu al servizio della crociata per la “riconquista cristiana” del paese, una vera e propria pulizia etnico-religiosa: gli ebrei non convertiti vennero espulsi in blocco dal paese nel 1492, mentre i Mori furono espulsi nel 1609 perché “di sangue impuro”. Questi primi esempi di razzismo ed antisemitismo della storia dell’umanità, diedero luogo ad imitazioni in tutto il continente fino alla Russia zarista.
In tutta l’Europa il processo inquisitorio fu definitivamente codificato nella Nuova Inquisizione post-Riforma luterana, a partire dal 1542 (Bolla Licet ab inizio di Paolo III). In seguito alla formazione dei blocchi religiosi contrapposti ed al Concilio di Trento il papato non solo restaurò i tribunali inquisitoriali ma creò in Roma una commissione di cardinali incaricati di coordinare tutti gli interventi repressivi nei confronti degli eretici, la congregazione della Romana e universale inquisizione o Sant’uffizio. Era presieduta dal papa e mantenne intatti i principi fondanti dell’Inquisizione medioevale (crociata contro gli albigesi e loro sterminio), dell’inquisizione di Spagna (“estirpazione” e conversione forzata degli ebrei e dei musulmani) dandosi un’organizzazione totalmente centralizzata, a guardia della imposizione capillare della fede cattolica ortodossa e del controllo sociale di massa che la Controriforma stava consolidando. Il sospetto faceva scattare il meccanismo inquisitorio. Era di per sé il segno della colpa. Qualsiasi altro crimine, se ci sono i segni della “peste eretica” o della trasgressione al modello del magistero, è associato all’eresia. L’intero impianto giudiziario era basato sulla cultura della delazione. Praticata da sempre, all’interno e verso l’esterno, spettava al Santo Uffizio che razionalizza il sospetto come presunzione di colpa e ne introduceva la capillarizzazione sistematica nell’area cattolica – il compito di assicurarne la tutela, e naturalmente la sacralizzazione. La delazione è segreta (“… al-l’imputato deve essere comunicata solo la sostanza delle deposizioni dei testimoni a carico, senza nomi né possibilità di individuarli”: decreto della Congregazione del Santo Uffizio, 1566) ed è “un dovere per il popolo cristiano”, perché se si è obbligati a denunciare i crimini di lesa maestà, a maggior ragione è doveroso denunciare il supremo peccato-crimine di lesa maestà divina. Così il padre è obbligato a denunciare il figlio, il marito la moglie, e viceversa, anche perché chi rivela al Santo Tribunale l’eresia dei propri consanguinei (“de’ loro padri ancorché non fossero nati dopo il paterno delitto”, 1621) non solo non incorre nelle pene stabilite e compie “un’impareggiabile opera di carità”, ma può anche usufruire di speciali indulgenze per sé e per gli altri suoi defunti.
In piena Controriforma, Dominico Scoto (1582) afferma: “…le orecchie umane giudicano le parole dal suono, ma il giudizio divino considera quei suoni se sono o no in accordo con l’intenzione… Dio ode le parole non pronunciate e le giudica vere anche se l’uomo non è in grado di accorgersi della discrepanza”. La tacita cogitatio, il pensare senza parole permette di dirigere l’intenzione in senso contrario rispetto a quanto è indicato dalle parole!” Il massimo della spietatezza, era la “tortura per l’intenzione”. Se, dopo una confessione completa, il sospetto-reo negava di avere avuto intenzioni eretiche mentre si comportava da eretico, veniva torturato non sul fatto ma sulla “sua empia credulità ed intenzione”. Rovesciamento del principio giuridico antico secondo cui nessuno può essere punito per quello che pensa (Cogitatio poena nemo patitur).
Il Sant’Uffizio ampliò la sfera di competenza e i poteri in particolare durante i pontificati di Paolo IV (1555-1559) e Pio V (1566-1572) che, come molti altri loro colleghi, erano stati cardinali inquisitori prima di accedere al papato, fino ad affermarsi come la prima di tutte le congregazioni nella riorganizzazione della curia romana operata da Sisto V (1588). Ad essa venne affiancandosi una congregazione autonoma ma in realtà strettamente legata e quasi subordinata per l’esame e la censura della stampa, la congregazione dell’indice dei libri proibiti, istituita nel 1571. Per suo tramite gli inquisitori esercitarono una vigilanza speciale sul mondo della cultura, dalla concessione della licenza per la stampa e il commercio del materiale libraio, al bando e alla censura per le opere, compreso i classici, ritenuti, anche indirettamente pericolosi per la dottrina e la morale cattolica. La strage di 10mila ugonotti protestanti il 24 agosto del 1572 a Parigi, la condanna di Galileo, Tommaso Campanella, Erasmo da Rotterdam, Niccolò Cusano, Pico della Mirandola e il processo e il rogo di Giordano Bruno sono il culmine di questa nuova fase inquisitoriale i cui principi fondanti sono dedotti dal suo fine supremo: perseguire “l’eretica gravità” che si macchia del crimine supremo: “lesa maestà divina”. Così la “Santa Inquisizione” in Europa continuò a schiacciare soprattutto le classi oppresse dal sistema feudale oltreché i concorrenti politici convertitisi al protestantesimo o al calvinismo anche se tutti, nobili, mercanti, alti prelati compresi i cardinali, funzionari reali, al di fuori soltanto del re, potevano essere inquisiti, se denunciati come sospetti.
Tra il 1500 e il 1600 la chiesa allungò le mani al seguito dei conquistatori e mercanti fino all’America latina, all’Africa e all’Oriente contribuendo ai massacri, a volte al genocidio, delle popolazione indigene ed alla espropriazione e conversione forzata dei superstiti (ricordiamo tra i tanti il tribunale inquisitoriale di Lima che sradicò le religioni precolombiane). Oltre ai domenicani fu il nuovo ordine dei gesuiti (la compagnia di Gesù) a fare delle missioni nei continenti extraeuropei un imponente veicolo di penetrazione coloniale. Tra i crimini della chiesa in Italia non può essere taciuto l’appoggio alla repressione della rivolta popolare antifeudale e antimonarchica guidata dal pescivendolo napoletano Masaniello che aveva costretto alla fuga il vicerè spagnolo (1647) ) e nel giugno del 1799 lo sterminio, compiuto per conto della monarchia e della “Santa Sede” dal cardinale Ruffo, che strumentalizzò debitamente i sentimenti religiosi dei contadini e dei briganti, della borghesia intellettuale partenopea che aveva dato vita alla repubblica partenopea.
Le ultime scorribande armate della chiesa erano il segno che l’Inquisizione stava perdendo progressivamente potere, man mano che il potere economico e poi politico passerà nelle mani della borghesia (l’ultimo tribunale dell’Inquisizione a scomparire è quello spagnolo nel 1834) ma la sua logica rimarrà intatta ben oltre il Concilio Vaticano I (1869-1870) dove venne sancito il dogma indiscutibile ed eterno dell’infallibilità del papa e vennero condannati e messi al bando il razionalismo, il positivismo e le altre dottrine moderne (naturalismo, materialismo, panteismo). L’Inquisizione fu definitivamente soppressa dagli stati costituzionali nati sull’onda dalla rivoluzione francese, senza quindi alcun provvedimento formale da parte della “Santa Sede”; perse di fatto, in concorrenza con gli stati, ogni potere giudiziario pur mantenendo un posto centrale come strumento per la difesa della ortodossia anche nel riordinamento della curia romana operata da Pio X nel 1908. L’Indice dei libri proibiti rimase in vigore ufficialmente fino al 1966.

La borghesia si allea con la chiesa
La borghesia diventata ovunque in Europa classe dominante in molti casi ritenne utile al mantenimento del suo potere l’egemonia religiosa e culturale della chiesa romana. Ciò avvenne con particolare evidenza proprio in Italia dove la borghesia alleata con le vecchie classi sfruttatrici non attuò mai una disarticolazione della organizzazione medioevale della chiesa, né tanto meno l’espropriazione completa e definitiva del suo potere temporale e una vera separazione tra lo Stato borghese e la chiesa. Garibaldi, che lo avrebbe voluto, fu fermato con le armi da Cavour e Vittorio Emanuele II perché il Vaticano, come aveva fatto fin dalla sua nascita si schierò quasi subito con i nuovi padroni capitalisti, con la classe dominante borghese oltreché con i latifondisti con i quali era legato da un millenario intreccio di interessi. Dopo il periodo interlocutorio della “legge delle guarentigie” (che lasciò insoddisfatto Pio IX) il Vaticano terrorizzato dall’esplodere della lotta di classe del proletariato nel nostro paese e dalla Rivoluzione d’Ottobre appoggiò al pari della monarchia sabauda il regime fascista ottenendo in cambio il concordato del 1929 sottoscritto nel palazzo del Laterano da Benito Mussolini e Pietro Gasparri, plenipotenziari del re Vittorio Emanuele III e del pontefice Pio XI: Con esso la religione cattolica diventò la “sola religione di Stato”, venne sancita la assoluta libertà di esercizio e organizzazione della chiesa, vennero garantiti da ogni ingerenza statale i possedimenti e l’intera organizzazione dello Stato teocratico monarchico del Vaticano al quale fu versato anche un enorme risarcimento finanziario e garantito il finanziamento pubblico e l’evasione fiscale, fu disposta l’esclusione degli apostati e dei colpiti da censura ecclesiastica dall’insegnamento e dai pubblici uffici. La curia romana in cambio insegnò ai prefetti, ai questori, all’Ovra e alle squadracce fasciste i metodi della “Santa Inquisizione” e quando la gloriosa Resistenza apparve vittoriosa si prodigò per far fuggire all’estero numerosi criminali fascisti e repubblichini. Grazie a De Gasperi e all’opportunismo di Togliatti i patti Lateranensi furono richiamati nella costituzione democratico-borghese all’art. 7 in netta contraddizione con l’art. 8 dove si dichiaravano tutte le confessioni religiose libere davanti alla legge. Nel dopoguerra la chiesa si concentrò nella lotta contro l’eresia comunista: la bolla del Sant’Uffizio papale del 1949, che seguiva quella del 1937, condannava il marxismo e vietava ai cattolici di essere comunisti. Il Vaticano, direttamente e indirettamente tramite la Democrazia Cristiana ed organizzazioni come l’Opus Dei collaborò attivamente con la struttura segreta della Nato a riarruolare in funzione anticomunista mafiosi e fascisti fuggiti all’estero e a finanziarne tramite la Banca Vaticana e lo Ior diretto dal cardinale Marchinkus le logge massoniche e golpiste protagoniste della “guerra civile a bassa intensità” che si trasformò ben presto (Portella delle Ginestre) in stragismo di Stato. Non c’è da stupirsi quindi se negli anni ’70 il papa nero Wojtyla andava a stringere la mano del dittatore cileno Pinochet, se il papa ha santificato il franchista e fascista cardinale Escrivar, se lo si vede oggi raccogliere i baciamano del nuovo Hitler Bush e del neoduce Berlusconi, se i suoi cardinali lanciano le crociate contro il divorzio e la libertà sessuale delle donne, per abolire la legge sull’aborto, vietare la fecondazione assistita, sopprimere il darwinismo dall’insegnamento scolastico, fondare i programmi scolastici sulla base dell’”antropolo-gia cristiana”, restaurare il dominio clericale in campo scolastico, inserire nella Costituzione europea un riferimento alle “radici cristiane”, seguire le missioni imperialiste nel mondo per evangelizzare i popoli sottomessi. l’Inquisizione e il S.Uffizio del resto, anche se non più nella versione medioevale e debitamente riverniciati, esistono ancora, e Paolo VI ne ha solo mutato l’antica denominazione in quella di “sacra congregazione per la dottrina della fede”(1965), il cui compito continua ad essere quello di tutelare la fede e i costumi in tutto il mondo cattolico. Il concilio Vaticano II introdusse dei piccoli cambianti, come un ritorno alla dottrina conciliaristica (più potere ai cardinali), che in passato caratterizzò la breve fase delle duplicazione dei papi, ma complessivamente generò soltanto illusioni tra i cristiani circa la riformabilità della chiesa cattolica.

7 luglio 2004
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Nota
1 Il primo imperatore cristiano inaugurò la repressione dell’eresia, con lo sterminio del movimento donatista in Africa, prima di allora il concetto di eresia era estraneo al paganesimo così come questo concetto è sempre stato estraneo alle altre religioni monoteiste come il buddismo e l’induismo.

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Credete che lui si sarebbe astenuto?

11 Giugno 2005 9 commenti


Credete che lui si sarebbe astenuto?Oppure avrebbe consigliato l’astensione?O credete invece che avrebbe espresso la sua opinione lasciando la possibilità al popolo cattolico di poter decidere liberamente su una questione di etica civile come un referendum?
Astenersi significa privarsi della possibilità di scegliere.

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Rutelli,la rana salterina ed altre storie…

4 Giugno 2005 Commenti chiusi


S?ode un gracidio di rana nel grande stagno. Ma si! E? uno di quei simpatici animaletti noti per quella loro capacità di saltellare all?improvviso da un lido all?altro.
A volte quest?esserino di una particolare specie?dagli occhi grandi e azzurri? esagera nel saltare , sentendosi fuori luogo . Per essere notato cambia colore con fare minaccioso, quindi improvvisa e impegna le sue zampette posteriori in buffe e rumorose danze?ma invano?il suo dimenarsi ed il gracidare cosi lontano non scuote affatto il grande stagno ed alla fine al piccolo anfibio sfinito non rimane che accomodarsi su di un piccolo e traballante tronco, per consumare un infimo pasto e un pò godere del tepore estivo?
?Stai un po? zitto RUTELLI!? i suoi ?compagni? stessi lo conoscono e lo scoraggiano, ma già non v?è più quest?emergenza ?è già in letargo.

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