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Questo loro strano concetto di "Libertà":La discriminazione razziale

10 Marzo 2005 Commenti chiusi

“MORTE PER DISCRIMINAZIONE. AMNESTY INTERNATIONAL CHIEDE LA FINE DELLE ESECUZIONI NEGLI STATI UNITI

La pena di morte negli Stati Uniti d?America rimane un atto di ingiustizia razziale e una punizione crudele e degradante. È quanto ha denunciato oggi Amnesty International, pubblicando un nuovo rapporto sulla costante influenza della razza nell?applicazione della pena di morte negli Usa.

?Il presidente Bush ha promesso che gli Usa saranno sempre dalla parte di una giustizia equa? ? ha dichiarato l?organizzazione per i diritti umani. ?Se questo è vero, il presidente e la classe politica devono proclamare uno stop immediato alle esecuzioni, alla luce degli studi che indicano senza ombra di dubbio che il sistema giudiziario attribuisce un valore più elevato ai bianchi rispetto ai neri?.

Negli Usa i bianchi e i neri sono vittime di omicidio in modo pressoché uguale, ma l?80% delle oltre 840 persone messe a morte dal 1977, anno della ripresa delle esecuzioni, erano state giudicate colpevoli di aver ucciso dei bianchi.

La maggior parte degli omicidi che avvengono negli Usa riguardano persone della stessa razza. Eppure, quasi 200 afroamericani sono stati messi a morte per aver ucciso dei bianchi: questo numero risulta quindici volte superiore a quello dei bianchi messi a morte per aver ucciso dei neri ed è almeno il doppio di quello dei neri messi a morte per aver ucciso altri neri.

Gli afroamericani rappresentano il 12% della popolazione degli Usa, ma costituiscono oltre il 40% della popolazione dei bracci della morte e un terzo del totale dei prigionieri messi a morte. Gli Usa si apprestano a ?giustiziare? il 200° afroamericano dalla ripresa delle esecuzioni.

?Almeno uno su cinque degli afroamericani messi a morte dal 1977 e uno su quattro degli afroamericani messi a morte per aver ucciso uno o più bianchi, sono stati processati di fronte a giurie formate da soli bianchi? ? ha proseguito Amnesty International. ?Com?è possibile che questo avvenga per ragioni completamente prive di aspetti discriminatori??

Esiste un vero e proprio sistema in base al quale, nella fase della selezione della giuria, la pubblica accusa estromette potenziali giurati appartenenti alle minoranze. Sebbene i potenziali giurati possano essere esclusi solo per ragioni ?neutre dal punto di vista razziale?, questa protezione riesce a impedire solo le più smaccate tattiche razziste della pubblica accusa. Anche in assenza di esclusioni discutibili, gli imputati si trovano di fronte a giurie nelle quali inizialmente le minoranze sono sottorappresentate.

?Le giurie dei processi capitali statunitensi non rappresentano la comunità poiché gli oppositori alla pena di morte ne vengono esclusi? ? si legge nel rapporto di Amnesty International. ?Questo viene aggravato laddove, per qualunque motivo, gli appartenenti alle minoranze siano sottorappresentate nel gruppo da cui vengono scelti i giurati?. Recenti studi sull?atteggiamento delle giurie mostrano come gli stereotipi razziali possano influire sulle loro deliberazioni e come la loro composizione razziale possa incidere sull?esito dei processi capitali. Nello scorso mese di marzo, due neri sono stati messi a morte nonostante fosse emerso che l?unico giurato di colore presente nelle rispettive giurie era stato sottoposto a pressioni da parte dei giurati bianchi per cambiare il proprio voto in favore della condanna a morte.

?Sono passati otto anni da quando gli Usa hanno ratificato la Convenzione sull?eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, impegnandosi dunque ad agire contro il razzismo e le sue conseguenze, comprese quelle presenti nel sistema giudiziario? ? ha sottolineato Amnesty International. ?Per quanto riguarda la giustizia capitale, siamo di fronte a una chiara mancanza di leadership nel campo dei diritti umani. Ad esempio, nel 2001 l?amministrazione Bush ha consentito la ripresa delle esecuzioni federali, proseguite anche quest?anno nonostante il problema delle disparità razziali presenti nell?applicazione della pena di morte a livello federale?.

La sentenza emessa dalla Corte suprema degli Usa nel 1987, McCleskey v. Kemp, costituisce ancora un profondo ostacolo per contestare sul piano legale le condanne a morte a causa del pregiudizio razziale presente nella fase dei processi capitali in cui si determina la sentenza. Nel 2001, ad esempio, una corte federale ha definito le disparità razziali nel braccio della morte dell?Ohio ?estremamente disturbanti?, ma non ha potuto porvi rimedio a causa della McCleskey v. Kemp. Un esperto delle Nazioni Unite ha affermato che quella sentenza può essere incompatibile con gli obblighi assunti dagli Usa con la ratifica della Convenzione sull?eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.

Un elemento di fondamentale importanza per analizzare il sistema della giustizia capitale è il numero degli errori, commessi sia nella fase del verdetto di colpevolezza o innocenza che in quella della determinazione della sentenza, che vengono scoperti nel corso degli appelli. Un importante studio pubblicato nel 2002 ha rivelato che la razza è uno dei fattori che contribuiscono all?alto numero di errori nei casi capitali.

?Non crediamo che le corti riescano a scoprire tutti gli errori, compresi quelli provocati dal razzismo consapevole o inconscio presente in chi deve prendere decisioni nei processi capitali? ? ha aggiunto Amnesty International. ?Per di più, le politiche di estremo rigore nei confronti della criminalità fanno sì che anche lo strumento della clemenza non sia scevro da errori. L?unica risposta adeguata alla fallibilità umana è l?abolizione di questa pena irreversibile?.

?Il continuo ricorso, da parte degli Usa, agli omicidi giudiziari smentisce lo status di campione globale dei diritti umani che questo paese si è attribuito. Il fatto che i condannati vengano messi a morte da un sistema macchiato dalla discriminazione e dagli errori rappresenta una vergogna per questo paese e dà credito alle accuse di ipocrisia che gli vengono mosse? ? ha concluso Amnesty International.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 24 aprile 2003

UN PO? DI STORIA

Discriminazione razziale negli Stati Uniti e il movimento per i diritti civili
Fino a metà degli anni ’60 in molti stati degli USA erano in vigore leggi che discriminavano duramente i neri, negando loro i più elementari diritti civili. La lotta dei neri d’America per l’emancipazione, per l’affermazione dalla propria dignità e delle proprie origini fu uno dei grandi episodi della storia degli anni Sessanta.

IL PROBLEMA
Nell?immediato dopoguerra uno dei problemi più scottanti negli Stati Uniti è quello della segregazione razziale. Bianchi e neri sono divisi in ogni attività quotidiana della società civile: si acquista in supermercati e negozi diversi, si mangia in ristoranti separati, si soggiorna in hotel distinti, le scuole sono diverse: bianchi e neri sono diversi, pertanto non possono stare insieme o, se stanno insieme, i neri devono comunque essere riverenti, portare rispetto ai bianchi e seguire certe regole.
ALCUNI FATTI
Uno degli attacchi più significativi sferrato a questo status quo parte dal sistema educativo: nella speranza che scuole per bianchi e per neri non vengano unificate, gli stati del sud, dove il problema è più sentito, investono, negli anni ?50, somme ingenti per migliorare il livello di istruzione dei neri. Tali iniziative non servono comunque allo scopo prefissato, in quanto il movimento contro la segregazione nelle scuole parte da Washington per allargarsi poi a tutta la nazione.
La decisione emanata dalla Corte Suprema il 17 maggio 1954 nel caso Brown contro il Ministero dell?Istruzione resta una delle sentenze più significative del XX secolo; in quell?occasione viene dichiarato: ” …nulla è più importante per la nostra democrazia della decisione unanime della Corte Suprema degli Stati Uniti d?America che la segregazione razziale viola lo spirito della nostra costituzione.”
Nonostante ciò molti degli stati del Sud perseverano nella pratica della segregazione razziale: pareva che il sistema avesse comunque il sopravvento. Ma un altro evento, non meno significativo, avviene il 1 dicembre 1955 quando la signora Rosa Parks di Montgomery, Alabama, si rifiuta di cedere il posto da lei occupato, su di un autobus extraurbano, ad un uomo bianco. Rosa Parks viene arrestata e accusata di aver violato una delle ordinanze sulla segregazione della città. In risposta a tale evento, un allora sconosciuto Martin Luther King organizza un boicottaggio pacifico delle autolinee di Montgomery, per protestare contro la segregazione razziale. La comunità di colore di Montgomery non prenderà gli autobus per spostarsi quotidianamente per ben 381 giorni. M.L.King viene arrestato in quell?occasione insieme ad altre 90 persone di colore con l?accusa di aver intralciato un servizio pubblico, King ricorre in appello e vince. Il 4 giugno 1956, una corte distrettuale degli Stati Uniti d?America emana la sentenza che la segregazione razziale sugli autobus di linea urbana è anticostituzionale. La resistenza pacifica del reverendo M.L.King e della comunità di Montgomery non solo aveva causato l?emanazione di quella sentenza, ma aveva anche dimostrato che il boicottaggio era un valido ed efficace strumento di lotta.
LA POSIZIONE DEGLI STATI UNITI NEGLI ANNI ?60
Tuttavia, il non osteggiare una situazione di ingiustizia razziale diventa sempre più difficile in correlazione con la partecipazione degli Stati Uniti d?America -in realtà principali promotori- alla creazione dell?Organizzazione delle Nazioni Unite, è particolarmente imbarazzante obiettare alle ingiustizie razziali di paesi di altri continenti, mentre, proprio negli Stati Uniti, si negano palesemente gli stessi diritti ai concittadini di colore. Ma non è questo l?unico motivo che pare accelerare il processo di desegregazione : a partire dal 1957 alcuni degli stati africani raggiungono l?indipendenza e ciò influenza notevolmente la gente di colore degli Stati Uniti che si identificano con le popolazioni africane e vivono con orgoglio questo mutato scenario politico a dimostrazione del fatto che la gente di colore è in grado di assumersi responsabilità ad alto livello.
Intorno agli anni?60 l?esigenza di far riconoscere i diritti civili di tutta la popolazione, senza discriminazioni, si fa sempre più sentita. Proprio in questi anni sia i partiti politici che le istituzioni religiose si battono in favore di tali principi, lentamente si modifica anche l?atteggiamento che i bianchi hanno contro la partecipazione dei cittadini di colore ad alcune attività in settori rilevanti della società. Così, in questi anni, aumenta la percentuale di professori universitari di colore, di stimati avvocati e giudici, di atleti famosi, di artisti e scrittori.
LA RESISTENZA PASSIVA
La linea di pensiero del reverendo Martin Luther King Junior arriva ormai ovunque ed è molto sentita e condivisa in tutta la nazione, il suo credo nel valore e nell?efficacia della resistenza passiva come forma di protesta sociale, spinge alla ribellione la maggior parte della popolazione di colore.
Nel 1960 a Greensboro, nella Carolina del nord, quattro studenti entrano in un supermercatino dove, dopo aver acquistato alcuni articoli, chiedono un caffé al banco, naturalmente la risposta è un netto rifiuto, come di consuetudine, ma loro se ne stanno lì, seduti, fino alla chiusura del negozio; nasce così il sit-in che diviene una forma efficace di protesta contro la segregazione e la discriminazione, basti pensare che immediatamente dopo questo avvenimento la tattica del sit-in viene adottata in ben 15 città di 5 stati del sud.
IL CIVIL RIGHTS ACT DEL 1964
Il movimento verso l?emancipazione della popolazione di colore viene sostenuto dal Presidente allora in carica, John Fitzgerald Kennedy, il quale, nell?aprile del ?63, chiede al Congresso di emanare leggi che garantiscano ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private, che non sia permessa la discriminazione nelle assunzioni da parte di imprese e istituzioni federali, e che il governo federale non fornisca alcun sostegno finanziario in programmi o attività che riguardino la discriminazione razziale.
Il messaggio del 19 giugno 1963 del presidente Kennedy alla nazione non ha solo un valore storico ma è una pietra miliare nel cammino degli Stati Uniti verso l?uguaglianza. Nel 1964, ad un anno dalla sua morte, il Civil Rights Act diviene legge.
Nell?aprile ?63, M.L.King organizza una marcia di protesta di 40 giorni nella quale vengono arrestate più di 2500 persone di colore; le manifestazioni si moltiplicano su tutto il territorio degli Stati Uniti, a sud come a nord, ed hanno anche il risultato di attirare l?attenzione sui musulmani di colore (Black Muslims, Nation of Islam) i quali si dichiarano convinti che gli Stati Uniti non concederanno mai l?uguaglianza alla popolazione di colore, pertanto rifiutano ogni tipo di collaborazione dedicandosi allo sviluppo della loro cultura ed istituzioni.
Il 28 agosto del ?63 vi è una marcia memorabile su Washington contro la discriminazione razziale alla quale partecipano tutte le maggiori associazioni di colore e non , studenti universitari, cittadini qualunque, star del cinema e della canzone, ministri; in quell?occasione ogni attività viene sospesa. L?America guarda l?avvenimento alla televisione, ma tutto il mondo ne viene a conoscenza tramite quotidiani e riviste.
Coloro che marciano a Washington vogliono sottolineare che credono fermamente nelle istituzioni democratiche e nella capacità del potere legislativo di far rispettare la giustizia, ma vogliono anche enfatizzare quanto sia importante la promulgazione del Civil Rights Act.
Quando il Presidente Kennedy viene assassinato il 22 novembre 1963 molti leaders del movimento nero temono che il cammino verso l?uguaglianza e la giustizia subirà un fase di arresto.
LA SITUAZIONE ALL?INDOMANI DEL CIVIL RIGHTS ACT
Nonostante questo fervore di giustizia e uguaglianza che percorre tutta la nazione restano dei notevoli impedimenti in tutti gli stati e a tutti i livelli al processo di desegregazione, tutto procede a passi molto lenti, dal settore dell?educazione a quello dell?occupazione, fino al gesto banale e quotidiano di bersi un caffé. Il tutto è reso più aspro e difficile dal fatto che, in maggiore misura dei bianchi, i neri vivono in estrema povertà; in una società dove l?abbondanza e il lusso imperano, i neri non trovano lavoro, diversamente dai loro coetanei bianchi. Buona parte della popolazione nera riceve sussidi sociali e vive nei ghetti in condizioni inumane, dove spesso l?unica attività possibile è la criminalità. Sebbene la violenza sia limitata e sia da considerarsi marginale, tuttavia persistono avvenimenti drammatici come assassinii e attentati non solo contro neri, ma anche a danno di quei bianchi che hanno fatta loro la lotta alla discriminazione. Organizzazioni quali il Ku Klux Klan o i meno noti White Citizens Councils (Comitati di cittadini bianchi) esistono e sono ancora attivi.
I BLACK MUSLIMS E MALCOLM X
Negli anni ?60 il movimento di protesta dei neri si sviluppa a tal punto che Martin Luther King ne rappresenta solo una voce, sebbene predominante, rispetto ad altre.
I Black Muslims, un movimento sorto negli anni?30 ad opera di Wallace Fard, sostengono di essere originariamente figli dell?Islam e di avere come loro Dio Allah: se in nome di questa religione i neri americani si uniranno e svolgeranno un ruolo attivo in essa, riusciranno ad acquisire nuovamente il potere perso. I Black Muslims, convinti che la causa principale della discriminazione sia da imputare alla mancanza di potere economico da parte dei neri, cercano di favorire qualsiasi attività in proprio. Nel ?64 Malcolm X è il leader più significativo del movimento ed il primo a parlare apertamente di Rivoluzione Nera. Lo stesso anno egli si stacca dal movimento per fondarne uno collaterale denominato Organization of Afro-American Unity (Organizzazione dell?unità afroamericana), neppure un anno dopo verrà assassinato. Sebbene Malcolm X abbia avuto una personalità e abbia professato un credo politico e religioso totalmente diverso da M.L.King, egli resta una figura di spicco del movimento nero, anche grazie alla sua autobiografia che ha notevolmente contribuito a renderlo famoso dopo la sua morte.
IL BLACK POWER E IL BLACK PANTHER PARTY
La delusione nelle istituzioni dei bianchi e nella lotta eterna alla discriminazione, spinge i musulmani neri a credere che la strada verso l?eguaglianza sia definitivamente sbarrata per loro; da qui nascono gli atteggiamenti di sfida agli Stati Uniti e alle loro istituzioni. Nasce così, nel 1966, con Stokely Carmichael, il Black Power (Potere Nero). Nella sua accezione più positiva il Potere Nero vuole promuovere l?autodeterminazione, il rispetto di sè e la piena partecipazione alle decisioni riguardanti i neri, Carmichael sostiene che solo il raggiungimento di questi ideali può obbligare i bianchi a trattare con i neri. In realtà questi gruppi associativi, così come la Rivoluzione Nera, sono dei movimenti nazionalisti che originariamente non inneggiano al rovesciamento del sistema politico, economico e sociale, ma che in seguito ne saranno coinvolti. Il più noto e diffuso di questi è il Black Panther Party, fondato nel ?66 a Oakland, California, da Bobby Seale e Huey P.Newton. La denominazione per esteso del partito, Black Panther Party for Self-Defense, sta ad indicarne la funzione primaria: porre fine alle crudeltà della polizia bianca tramite la organizzazione di gruppi armati di autodifesa all?interno delle comunità nere. Il tutto risulterà in una guerriglia serrata con le forze dell?ordine.
VERSO GLI ANNI ?70
Gli anni ?66,?67?e ?68 vedono molte ribellioni violente causate dalle condizioni di vita nei ghetti: i neri vogliono un lavoro, case decenti e scuole migliori . Martin Luther King viene assassinato a Memphis il 4 aprile 1968, la sua scomparsa non è solo un evento storico drammatico e deprecabile che sembra indicare la fine di una ribellione non-violenta, ma mostrò, come nel caso dell?assassinio di J.F.Kennedy e del senatore Robert Kennedy, allora candidato alla presidenza, a quanto gli uomini potevano giungere per impedire che si realizassero quegli ideali di giustizia ed uguaglianza fondamentali per una società democratica. In quegli stessi anni l? indagine Kerner, finanziata dal governo, rivela che il paese si sta dirigendo sempre di più verso due società distinte, separate e diseguali: quella dei bianchi e quella dei neri. I Black Muslims e il Black Power non vogliono l?integrazione pacifica, ma la distinzione netta, i neri non hanno trovato una valida alternativa alla violenza come mezzo per raggiungere dei giusti ideali e il senso di frustrazione che ne è derivato li conduce all?ostilità nei confronti delle istituzioni e del governo.
Il processo di desegregazione tuttavia procede incessantemente e con risultati positivi. Nell?arco di 20 anni (dal ?50 al ?70) molte cose sono cambiate per la gente di colore, il Civil Rights Act ha stabilito dei punti di riferimento inamovibili per la lotta all?uguaglianza e alle pari opportunità.
Fonte www.peacelink.it

Riferimenti: MORTE PER DISCRIMINAZIONE

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Questo loro strano concetto di "Libertà":lo sterminio degli americani nativi

10 Marzo 2005 1 commento


LETTERA DEL PRESIDENTE USA A. JACKSON (1767-1845) INDIRIZZATA ALLA TRIBÙ’ INDIANA DEI SEMINOLE, CHE NON VOLEVA ABBANDONARE LE TERRE CHE LE ERANO STATE GARANTITE DAI TRATTATI (febbraio 1835).
“Miei figli… gli uomini bianchi sono venuti a vivere tutt’intorno a voi. La selvaggina è scomparsa dalla vostra terra e la vostra gente è povera e affamata…
Miei figli non ho mai ingannato e non ingannerò mai gli uomini rossi, ma vi dico che dovete andarvene e che ve ne andrete.
Anche se aveste il diritto di restare, come potreste vivere dove siete ora? Ma non avete tale diritto e dovete partire, pacificamente e volontariamente, perché nel caso in cui alcuni dei vostri giovani tentassero di opporsi alle nostre disposizioni, ho ordinato che venga inviata una larga forza militare.
Prego il Grande Spirito che vi suggerisca di fare ciò che è giusto”.

IL MASSACRO DEL SAND CREEK

…Il campo Cheyenne si trovava in un’ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. Il tepee di Pentola Nera era vicino al centro del villaggio, e a ovest vi era la gente di Antilope Bianca e di Copricapo di Guerra. Sul versante orientale e poco discosto dai Cheyenne vi era il campo Arapaho di Mano Sinistra. In totale vi erano quasi seicento indiani nell’ansa dei torrente, due terzi dei quali donne e bambini. La maggior parte dei guerrieri si trovava diversi chilometri a est a cacciare il bisonte per i bisogni dell’accampamento, come aveva detto loro di fare il maggiore Anthony.
Gli indiani erano così fiduciosi di non aver assolutamente nulla da temere che non misero sentinelle durante la notte, tranne alla mandria di cavalli che era chiusa in un recinto sotto il torrente. Il primo sentore di un attacco lo ebbero verso l’alba – il rimbombo degli zoccoli sulla pianura sabbiosa.” Stavo dormendo in una tenda” disse Edmond Guerrier. “Udii dapprima alcune squaws di fuori che dicevano che vi era una massa di bisonti che si dirigeva verso il campo; altre dissero che era una massa di soldati. » Guerrier si precipitò subito fuori e corse verso la tenda di Coperta Grigia Smith.
George Bent, che stava dormendo nei paraggi, disse che era ancora sotto le coperte quando udì grida e rumori di gente che correva nel campo. « Dal torrente stava avanzando a un trotto svelto un grosso contingente di truppe… si potevano vedere altri soldati che si dirigevano verso le mandrie dì cavalli indiani a sud dell’accampamento; in tutto l’accampamento vi era una gran confusione e un gran vociare: uomini, donne e bambini correvano fuori dalle tende seminudi; donne e bambini che strillavano alla vista delle truppe; uomini che correvano nelle tende a prendere le armi… Guardai verso la tenda del capo e vidi che Pentola Nera aveva una grande bandiera americana appesa in cima a un lungo palo e stava davanti alla sua tenda, aggrappato al palo, con la bandiera svolazzante alla luce grigia dell’alba invernale. Lo sentii gridare alla gente di non avere paura, che i soldati non avrebbero fatto loro del male; poi le truppe aprirono il fuoco dai due lati del campo”.
Nel frattempo il giovane Guerrier aveva raggiunto Coperta Grigia Smith e il soldato semplice Louderback nella tenda del commerciante.
“Louderback propose di uscire e di andare incontro alle truppe. Ci avviammo. Ma giunti sulla soglia della tenda vidi i soldati che cominciavano a smontare da cavallo. Pensai che fossero artiglieri, e che stessero per bombardare il campo. Avevo appena finito dì dirlo che cominciarono a sparare con le carabine e le pistole. Quando mi accorsi che non potevo andare da loro mi diedi alla fuga; abbandonai il soldato e Smith”.
Louderback si fermò un momento, ma Smith continuò ad avanzare verso i soldati di cavalleria. “Sparate a quel dannato vecchio figlio di puttana! ” gridò un soldato dalle file. “Non è migliore di un indiano.” Ai primi spari Smith e Louderback fecero dietro-front e corsero verso la tenda. Il figlio meticcio di Smith, Jack, e Charlie Bent si erano già rifugiati lì.
In quel momento centinaia di donne e bambini Cheyenne si stavano radunando intorno alla bandiera di Pentola Nera. Risalendo il letto asciutto dei torrente altri giungevano dal campo di Antilope Bianca. Dopo tutto, il colonnello Greenwood non aveva detto a Pentola Nera che finché fosse sventolata la bandiera americana sopra la sua testa, nessun soldato avrebbe sparato su di lui? Antilope Bianca, un vecchio di settantacinque anni, disarmato, il volto scuro segnato dal sole e dalle intemperie, camminò a grandi passi verso i soldati. Egli credeva ancora che i soldati avrebbero smesso di sparare appena avessero visto la bandiera americana e la bandiera bianca della resa che aveva ora innalzato Pentola Nera.
Polpaccio Stregato Beckwourth, che cavalcava a fianco del colonnello Chivington, vide avvicinarsi Antilope Bianca.
“Venne correndo verso di noi per parlare al comandante,” testimoniò in seguito Beckwourth ” tenendo in alto le mani e dicendo: Fermi! Fermi!”. Lo disse in un inglese chiaro come il mio. Egli si fermò e incrociò le braccia finché cadde fulminato “. 1 sopravvissuti fra i Cheyenne dissero che Antilope Bianca cantò il canto di morte prima di spirare:

Provenienti dal campo Arapaho, anche Mano Sinistra e la sua gente cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera. Quando Mano Sinistra vide le truppe, si fermò con le braccia incrociate, dicendo che non avrebbe combattuto gli uomini bianchi perché erano suoi amici. Cadde fucilato.
Robert Bent, che si trovava a cavallo suo malgrado con il colonnello Chivington, disse che, quando giunsero in vista al campo, vide ” sventolare la bandiera americana e udii Pentola Nera che diceva agli indiani di stare intorno alla bandiera e lì si accalcarono disordinatamente: uomini, donne e bambini. Questo accadde quando eravamo a meno di 50 metri dagli indiani. Vidi anche sventolare una bandiera bianca. Queste bandiere erano in una posizione così in vista che essi devono averle viste. Quando le truppe spararono, gli indiani scapparono, alcuni uomini corsero nelle loro tende, forse a prendere le armi… Penso che vi fossero seicento indiani in tutto. Ritengo che vi fossero trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto… il resto degli uomini era lontano dal campo, a caccia… Dopo l’inizio della sparatoria i guerrieri misero insieme le donne e i bambini e li circondarono per proteggerli. Vidi cinque squaws nascoste dietro un cumulo di sabbia. Quando le truppe avanzarono verso di loro, scapparono fuori e mostrarono le loro persone perché i soldati capissero che erano squaws e chiesero pietà, ma i soldati le fucilarono tutte. Vidi una squaw a terra con un gamba colpita da un proiettile; un soldato le si avvicinò con la sciabola sguainata; quando la donna alzò il braccio per proteggersi, egli la colpì, spezzandoglielo ; la squaw si rotolò per terra e quando alzò l’altro braccio i1 soldato la colpì nuovamente e le spezzò anche quello. Poi la abbandonò senza ucciderla. Sembrava una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi erano circa trenta o quaranta squaws che si erano messe al riparo in un anfratto; mandarono fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riuscì a fare solo pochi passi e cadde fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell’anfratto furono poi uccise, come anche quaattro o cinque indiani che si trovavano fuori. Le squaws non opposero resistenza. Tutti i morti che vidi erano scotennati. Scorsi una squaw sventrata con un feto, credo, accanto.
Il capitano Soule mi confermò la cosa. Vidi il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e udii un soldato dire che voleva farne una borsa per il tabacco. Vidi un squaws i cui organi genitali erano stati tagliati… Vidi una bambina di circa cinque anni che si era nascosta nella sabbia; due soldati la scoprirono, estrassero le pistole e le spararono e poi la tirarono fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vidi un certo numero di neonati uccisi con le loro madri “.
(In un discorso pubblico fatto a Denver non molto tempo prima di questo massacro, il colonnello Chivington sostenne che bisognava uccidere e scotennare tutti gli indiani, anche dei neonati. « Le uova di pidocchio fanno i pidocchi , dìchiarò.)
La descrizione di Robert Bent delle atrocità dei soldati fu confermata dal tenente James Connor: « Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vidi un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati, ecc. a uomini, donne e bambini; udii un uomo dire che aveva tagliato gli organi sessuali di una donna e li aveva appesi a un bastoncino; sentii un altro dire che aveva tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia J. M. Chivington era a conoscenza di tutte le atrocità che furono commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle; ho saputo di un bambino di pochi mesi gettato nella cassetta del fieno di un carro e dopo un lungo tratto di strada abbandonato per terra a morire; ho anche sentito dire che molti uomini hanno tagliato gli organi genitali ad alcune donne e li hanno stesi sugli arcioni e li hanno messi sui cappelli mentre cavalcavano in fila.
Un reggimento addestrato e ben disciplinato avrebbe potuto certamente distruggere quasi tutti gli indiani indifesi che si trovavano sul Sand Creek. La mancanza di disciplina, unita alle abbondanti bevute di whiskey durante la cavalcata notturna, alla codardia e alla scarsa precisione di tiro delle truppe dei Colorado, resero possibile la fuga a molti indiani. Un certo numero di Cheyenne scavò trincee sotto gli alti argini del torrente in secca e resistette fino a quando scese la notte. Altri fuggirono da soli o a piccoli gruppi attraverso la pianura. Quando cessò la sparatoria erano morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini. Nel suo rapporto ufficiale, Chivington parlò di quattro o cinquecento guerrieri uccisi. Egli aveva perso 9 uomini, e aveva avuto 38 feriti; molti erano vittime del fuoco disordinato dei soldati che si sparavano l?uno addosso all?altro. Tra i Capi uccisi vi erano Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Pentola Nera riuscì miracolosamente a trovare scampo su un burrone, ma sua moglie fu gravemente ferita. Mano Sinistra, sebbene colpito da una pallottola, riuscì ugualmente a salvarsi….

Tratto da:

http://wayaka.altervista.org

Riferimenti: Wayaka

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Questo loro strano concetto di "Libertà":Corea 1950-1953

9 Marzo 2005 Commenti chiusi


UNO DEI SEGRETI MEGLIO CUSTODITI DELLA GUERRA FREDDA

Le armi biologiche della guerra di Corea

Ogni giorno, aerei americani e britannici bombardano l’Iraq, con il pretesto che il presidente Saddam Hussein nasconderebbe armi chimiche e batteriologiche. Uno degli obiettivi dichiarati della politica estera di Washington è la lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Eppure, documenti di archivio ora pubblici, dimostrano che gli Stati uniti sono il primo paese ad aver introdotto l’arma batteriologica nella propria dottrina militare. Diversi indizi confermano che è stata usata, almeno in via sperimentale, durante la guerra di Corea.

di STEPHEN ENDICOTT e EDWARD HAGERMAN*
“Sono stato in Cina nel 1952 per valutare le affermazioni sulla guerra batteriologica. Senza dilungarmi sulle prove, ne sono tornato convinto che le autorità cinesi ritenevano che queste fossero incontrovertibili. Quando tornai, Alan Watt, il mio successore alla guida del dipartimento australiano degli affari esteri, mi ha informato che, a seguito delle mie dichiarazioni, aveva sollecitato risposte da Washington ed era stato informato che gli Stati uniti avevano utilizzato armi biologiche in Corea, ma soltanto in via sperimentale”. Questo scrive il dottor John Burton, già a capo del dipartimento australiano degli affari esteri, in una lettera a Stephen Endicott, il 12 aprile 1977. Il 27 ottobre 1950, due settimane dopo l’entrata delle truppe cinesi nella guerra di Corea (1950-1953), quando si teme una generalizzazione del conflitto, George Marshall, segretario americano alla difesa, dà il via ad un importante programma batteriologico. Il 21 dicembre 1951, il segretario della difesa ad interim, Robert Lovett, sollecita i capi di stato maggiore interforze ad agire affinché “l’effettiva preparazione sia realizzata in tempi brevi” e si impartiscano “direttive per l’uso di armi chimiche e batteriologiche, nel quadro dei piani di combattimento e di appoggio logistico”.
Il 2 febbraio 1952, lo stato maggiore interforze dispone lo sviluppo “immediato di una forte capacità offensiva” e di “tutti i mezzi efficaci per fare la guerra, compresi quelli mai prima utilizzati”. L’argomento avanzato con successo dallo stato maggiore è che il governo dovrebbe valersi segretamente del precedente stabilito per la guerra atomica e prevedere una dottrina sull’uso di armi batteriologiche, purché vi sia l’autorizzazione presidenziale (1). Fino ad oggi, Washington nega l’esistenza di una dottrina offensiva in questo campo. Eppure, gli archivi, resi pubblici col contagocce, provano il contrario e confermano che lo stato maggiore ha posto la guerra batteriologica in cima alle sue priorità strategiche, insieme al nucleare. Il governo ha massicciamente finanziato questa ricerca, mobilitando ingenti risorse militari e civili. Nell’ambito di un programma urgente (crash program) sviluppato tra il 1950 e il 1952, e generosamente finanziato, gli Stati uniti furono sul punto di diventare la prima nazione al mondo a introdurre le armi batteriologiche in un sistema e in una dottrina di armamento moderno. Lavorando essenzialmente secondo le direttive dell’aviazione, ricercatori militari e una folla di civili, arruolati in subappalto, studiano nuove armi anti-uomo. Mettono così a punto una sostanza, con relativa munizione, e cominciano la fabbricazione in serie di una lunga lista di prodotti. Il programma comporta anche la conversione di una bomba, destinata alla distribuzione di volantini propagandistici da guerra psicologica, in una “bomba a piume” batteriologica, munita di spore di carbone cerealicolo, ma si preoccupa anche dell’intendenza e dell’equipaggiamento dei soldati al fronte.
Per le munizioni, viene privilegiato lo spray che infetta le vie respiratorie, senza tralasciare altri veicoli di contaminazione delle culture alimentari. In base ad un accordo, gli Stati uniti lavorano con Gran Bretagna e Canada alla creazione di “insetti-vettore” e al metodo per diffonderli.
Le prove cinesi Alla fine del 1950, rivelano gli archivi disponibili, il comitato per la guerra batteriologica del ministero della difesa si congratula con la divisione per le operazioni speciali, responsabile delle armi segrete a Fort Detrick, per “l’originalità, la grande immaginazione e l’aggressività di cui hanno dato prova nell’invenzione di mezzi e meccanismi per la disseminazione segreta di sostanze da guerra batteriologica”. Le capacità operative sono quindi perfezionate. La segretezza è considerata l’elemento decisivo poiché permette di far passare interventi umani per epidemie “naturali”. Per le azioni anti-persona, il programma si interessa, tra l’altro, di colera, dissenteria, tifo e botulismo e, più in generale, di tossine anti-animali.
Viene privilegiato lo sviluppo di un sistema d’arma integrato, che dovrebbe essere operativo entro il 1&oord luglio 1954. Ma per quel che riguarda la capacità operativa delle singole unità e l’appoggio logistico, il progetto può essere messo in opera già nel marzo 1952. Vengono perfezionati piani dettagliati per le operazioni condotte dall’aviazione contro forze nemiche; piani che associano armi nucleari e batteriologiche, così come armi per la distruzione dei raccolti. Oltre a preparare la guerra aerea, si crea una struttura operativa per la guerra batteriologica segreta in Asia. Struttura, questa, mimetizzata all’interno della divisione per la guerra psicologica dell’aviazione, che lavorerà in stretto contatto con la Cia.
Tuttavia, visti i deludenti risultati, a metà 1953 il programma urgente sarà annullato dallo stato maggiore interforze e sostituito da un programma a più lungo termine.
Resta una domanda. La logica della crisi e il fascino esercitato dalle nuove tecnologie, avulse da ogni contesto morale, hanno portato gli Stati uniti a effettuare in Corea degli esperimenti destinati a verificare l’efficacia delle armi batteriologiche?
Secondo i documenti conservati negli archivi governativi e militari cinesi, per molto tempo inaccessibili ai ricercatori stranieri e alla maggior parte dei cinesi, la risposta è positiva. Comunicazioni ultra segrete tra Mao Tse Tung, Chou En Lai, militari di alto grado e funzionari del partito, confermano che i responsabili cinesi erano convinti che gli Stati uniti utilizzavano l’arma batteriologica. Chou En Lai rivelò pubblicamente i suoi sospetti sull’uso di queste armi nel 1950, allorché le forze delle Nazioni unite si ritirarono oltre il fiume Yalu. Dopo avere a lungo esitato, Mao e Chou En Lai si erano alla fine lasciati convincere, a metà febbraio del 1952, dai dati raccolti dal personale medico militare coreano distaccato presso l’esercito cinese. Successive verifiche nei laboratori di Pechino confermarono che Washington si era adoperata per diffondere la peste e il colera.
Anche se endemica in alcune zone del Nord Est della Cina, la peste era scomparsa dalla Corea dal 1912 e l’ultima epidemia di colera nella Corea del Sud risaliva al 1946. Il personale sanitario poté verificare che non vi era stato nessun caso di malattia infettiva da almeno un mese prima della scoperta dei primi casi. E non si trovò nessun roditore infetto.
La Cina rese pubblici i dati raccolti dai suoi militari alla fine del febbraio 1952, davanti alle Nazioni unite. Tra le obiezioni più famose a questa requisitoria vi è il rapporto redatto da tre esperti canadesi su richiesta del governo americano. Ma le autorità nascosero che le prove e le testimonianze cinesi furono consegnate anche al professor Guilford B. Reed, direttore dei laboratori canadesi per la guerra batteriologica ed esperto in “insetti-vettore”. La sua conclusione fu che, malgrado alcune anomalie, i dati cinesi erano insufficienti. Raccomandò al ministro degli affari esteri, Lester Pearson, di evitare un dibattito pubblico sulle accuse di Pechino.
Il rapporto del personale medico della provincia del Liaoning, conservato negli archivi di stato cinesi, mai analizzato dagli storici, contiene dati simili a quelli raccolti in Corea: lo stesso passaggio di aerei americani, la stessa, insolita, concentrazione di insetti, soprattutto di mosche, pulci e certi insetti dotati di una forte resistenza al freddo e prima sconosciuti nella regione. Mentre, fino ad allora, non vi era stata nessuna grande epidemia e quelle piccole venivano subito domate, cominciarono a verificarsi nella zona focolai di malattie insolite.
Tra le più gravi, un’epidemia di encefalite tossica acuta durante tutto il marzo 1952, in tre città nel cuore della Cina industriale, nella provincia del Liaoning, al confine con la Corea. L’encefalite, propagata da certe zecche, non era sconosciuta nelle foreste del nord-est, ma un gruppo di medici, guidati dal direttore del dipartimento di patologia della scuola di medicina di Shenyang (un ricercatore formato in Occidente), concluse che questo tipo di encefalite era diversa da quelle conosciute nel nord-est e che, probabilmente, non si trattava di punture di insetti. L’infezione, si scoprì inoltre, avveniva attraverso l’apparato digerente e respiratorio. Negli archivi vi è traccia anche del lavoro di altri gruppi di medici i quali giunsero alla conclusione che, in certi casi di peste, antrace, colera ed encefalite, si era in presenza di una guerra batteriologica.
Mao ha sempre sostenuto che la campagna batteriologica non fosse molto efficace e, in effetti, secondo le statistiche, non vi sarebbero stati in Cina che qualche centinaio di morti tra i militari e circa duemila tra la popolazione civile. Non sappiamo quanto questi risultati abbiano inciso sulla decisione di abbandonare, nel 1953, il programma urgente.
Ciò che sappiamo è che i dati raccolti nel Liaoning sono perfettamente compatibili con le capacità americane. Le malattie insolite più frequentemente osservate erano la peste e l’antrace, obiettivi prioritari dei ricercatori americani. Le inusuali epidemie di colera corrispondono alla definizione di questa malattia come “promettente”, termine usato dai responsabili del programma di armi furtive. E l’encefalite era stata studiata sia nei laboratori statunitensi che in quelli canadesi (2). Anche il sospetto cinese di contaminazione per via aerea e le testimonianze di una presenza di polveri dopo il passaggio degli aerei, corrispondono alle ricerche americane.
I documenti degli archivi sovietici La prova più concreta sono gli insetti. Malgrado la smentita ufficiale del dottor Dale W. Jenkins, ex direttore della divisione di entomologia e dei laboratori di biologia di Fort Detrick, il quale nel 1963 affermò che, prima del 1953, “gli Stati uniti non hanno mai studiato la possibilità di utilizzare artropodi nella guerra batteriologica”, gli archivi dimostrano il contrario e lo stesso dottor Jenkins venne coinvolto nel progetto. Egli aveva inoltre lavorato al programma canadese sulle punture di insetti della stessa specie di quelli osservati dai cinesi.
I lavori americani e canadesi sui metodi di diffusione degli insetti contaminati, combaciano anche con le prove cinesi, anche per l’uso di esche infette e di recipienti di cartone. Sconvolge è la somiglianza tra il recipiente cilindrico, menzionato nelle testimonianze cinesi, e la foto proveniente dagli archivi dei servizi della guerra chimica, recentemente aperti al pubblico di una bomba batteriologica. I dati raccolti nel Liaoning tesi a provare l’uso come arma batteriologica di una bomba destinata a distribuire materiale di propaganda, corrisponde a ciò che conosciamo sulle “bombe piuma”. Uno degli argomenti utilizzati per discreditare le tesi cinesi e nord-coreane è che queste si basavano su dati riguardanti le capacità di guerra batteriologica sviluppate dai giapponesi durante l’ultima guerra e resi noti dai sovietici nel corso del processo di Khabarovsk, nel 1949. I partecipanti a questo programma la sinistra unità 731, diretta dal generale Shiro Ishii furono giudicati per crimini di guerra. Dopo che, nel 1980, fu confermato che Washington aveva segretamente “recuperato” il piano giapponese ed alcuni dei suoi responsabili (tra cui il generale Ishii) (3), gli ufficiali ripiegarono su un’altra linea di difesa: gli Stati uniti non avrebbero appreso molto dai giapponesi ed avrebbero adottato un approccio diverso per gli “insetti-vettore” e, in ogni modo, non avrebbero cominciato a studiarli che dopo la fine della guerra di Corea.
Argomento questo, smentito dai documenti recentemente resi pubblici negli Stati uniti e in Cina.
Ultimamente, dodici documenti usciti dagli archivi sovietici in circostanze ancora misteriose sono stati consegnati da un anonimo informatore ad un quotidiano giapponese molto conservatore hanno fatto scalpore. Contengono infatti la prova che le accuse di guerra batteriologica contro gli Stati uniti sono state costruite di sana pianta. Sono documenti che non contengono alcun riferimento d’archivio, trascritti a mano.
Pertanto, anche se autentici, non sono concludenti. Rivelano la lotta per il potere tra tra due ministri sovietici della polizia rivali, Lavrenti Beria e Semen Ignatiev. Il primo rivelò questi documenti dopo la morte di Stalin, per eliminare il suo rivale, accusato di aver nascosto informazioni che avrebbero potuto nuocere alla credibilità dell’Unione sovietica. In sua difesa, Ignatiev affermò che non credeva all’autenticità dei documenti, che li aveva mostrati a Stalin, il quale non gli aveva dato peso.
La direzione diede ragione a Beria e silurò Ignatiev, espulso dal partito. Poco dopo la decisione si ritorse contro Beria.
Entrambi i responsabili sovietici avevano il proprio agente in Corea. Beria si servì dei rapporti del suo emissario presso il governo nord coreano per affermare che l’accusa di guerra batteriologica era inventata. Ignatiev, invece, prestò fede alla versione del suo agente, il professor N. Zukov Vareznikov, vicepresidente dell’Accademia di medicina dell’Urss, professore di batteriologia e membro della commissione scientifica internazionale presieduta dal dottor Joseph Needham, invitato dal governo cinese a svolgere un’inchiesta sull’uso delle armi batteriologiche. Il dottor Zukov firmò il rapporto finale dei lavori della commissione che ammettevano l’uso di armi batteriologiche. Anche il governo sovietico sostenne questa tesi fino al 1969 quando il disgelo nei rapporti tra Mosca e Washington che portò, come è noto, alla convenzione sulla guerra batteriologica firmata nel 1972 e lo scisma con Pechino, indussero l’Unione sovietica a modificare la propria posizione.
Nonostante questo cambiamento, dai documenti cinesi si possono trarre delle conclusioni, confermate dagli archivi americani. In primo luogo che gli Stati uniti estesero la gamma delle armi moderne mettendo a punto il primo sistema di armi batteriologiche con capacità operative e che le introdussero nella propria dottrina militare. E poi che queste armi furono sperimentate in Corea.

note:

* Professori all’Università di York (Toronto). Autori di The United States and Biological Warfare. Secrets from the Early Cold War and Korea, Indiana University Press, Bloomingtoon e Indianapolis, 1998.
(1) Il Consiglio nazionale di sicurezza, in un documento datato 1&oord febbraio 1950 (NSC 62), raccomanda una dottrina per l’uso di gas da combattimento unicamente come misura di rappresaglia. Lo stesso limite sarà menzionato per la guerra batteriologica solo a partire dal 7 aprile 1953 (NSC 147). Quest’ultimo documento fa riferimento al documento NSC 62, il quale, comunque, non riguarda le armi biologiche.

(2) La sola malattia associata alla guerra batteriologica della quale non si hanno tracce nei piani americani, è il vaiolo, comunque incluso tra le accuse cinesi. Ma, per il momento, non si ha che una conoscenza parziale del lavoro svolto dalla divisione per le operazioni speciali per le armi segrete di Fort Detrick.

(3) Leggere Antoine Halff, “Crimes de guerre japonais et mémoires populaires”, Le Monde diplomatique, novembre 1995. (Traduzione L.B.)

Tratto da:

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Luglio-1999/9907lm16.01.html

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Questo loro stano concetto di "Libertà":Vietnam 1961-1975

8 Marzo 2005 Commenti chiusi


In un documentario di Peter Davis, The Selling of the Pentagon, un ex ufficiale dei servizi segreti racconta come si impegnasse a «disinformare» i giornalisti venuti ad indagare sul terreno. Vittima delle sue manipolazioni fu, ad esempio, un’équipe della Cbs che voleva realizzare un servizio sui bombardamenti nel Vietnam del Nord e si era rivolta a lui per incontrare piloti americani da intervistare. I piloti furono trovati, ma solo dopo averli severamente istruiti su cosa non bisognasse assolutamente dire: «Con lo stesso metodo», conferma un osservatore, «i servizi segreti preparavano filmati bidone sulle truppe governative sudvietnamite. Queste venivano riprese dai servizi ufficiali, che poi mandavano il materiale alle piccole emittenti americane non in grado di inviare proprie équipe in Vietnam.
Una seconda struttura appare in qualche modo come complementare a questa: consiste nel trasformare ogni partecipazione, in qualsiasi campo, in una competizione in cui il fine giustifica i mezzi. La cosa più importante è arrivare al limite estremo delle proprie forze con l’unico scopo di vincere. Peter Davis paragona il comportamento dei militari in Vietnam a quello dei giocatori di football americano. In entrambi i casi tutti i colpi sono permessi, solo la vittoria conta, anche se non si ricordano più le ragioni dello scontro.
Interrogati in piena battaglia nella giungla vietnamita, alcuni soldati confessano di non sapere perché combattono. Uno di loro è addirittura persuaso che serva ad aiutare i nordvietnamiti! Un ufficiale riassume: «Una lunga guerra, difficile da capire. Ma siamo venuti per vincere».

Tratto da Le Monde Diplomatique aprile 2000

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Questo loro strano concetto di "Libertà" : Giappone 1945

7 Marzo 2005 1 commento


?Un medico giapponese ricordava gli ?innumerevoli corpi? che galleggiavano nel fiume Sumida:quei corpi erano ?neri come il carbone? ed era impossibile distinguere se fossero uomini o donne. Si stimò che il numero di morti complessivo in una notte fu di 85.000, con 40.000 feriti e un milione di persone rimaste senza tetto. Questo fu solo il primo episodio di una campagna di bombardamenti in cui vennero sganciate 250 tonnellate di bombe ogni 2,6 kmq, distruggendo il 40% della superficie nelle 66 città presenti sulla lista della morte (tra cui Hiroshima e Nagasaki). Le aree degli attacchi erano per l?87,4 % zone residenziali. Si ritiene che morì incendiato il maggior numero di persone in un arco di tempo di sei ore rispetto a quante ne siano mai morte nella storia dell?umanità. Al piano terra degli edifici la temperatura raggiunse i 982°C, e le fiamme erano visibili a 320 km di distanza. Per via del calore così intenso,l?acqua dei canali si mise a bollire, i metalli si sciolsero e gli esseri umani presero spontaneamente fuoco.

Fino al Maggio 1945, il 75% delle bombe lanciate sul Giappone fu di tipo incendiario. La campagna di LeMay(capo del 21esimo Comando Bombardieri nel Pacifico durante l?attacco in territorio giapponese nel 1945), incitata con calore dalla rivista Time (nella quale si spiegava che ?se debitamente incendiate, le città giapponesi bruceranno come foglie autunnali?), secondo le stime provocò la perdita di 672.000 vite umane?

?Il colonnello Harry F.Cunningham chiarì la politica USA senza mezzi termini:

? Noi militari non siamo certo qui per attutire i colpi o per allestire picnic domenicali. Stiamo facendo la guerra, e la facciamo nella maniera più tenace ed assoluta, in questo modo possiamo salvare le vite degli americani, abbreviare l?agonia che la guerra rappresenta e cercare di portare una pace durevole. Intendiamo scovare e distruggere il nemico, dovunque lui o lei sia, nel maggior numero possibile, nel più breve tempo possibile. Per noi, NON ESISTONO CIVILI IN GIAPPONE?.

Tratto da: ?Tutto quello che sai è falso 2? ed. Nuovi Mondi Media.

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Giuliana Sgrena: "La mia verità"

6 Marzo 2005 1 commento


La mia verità
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni». I pm indagano per omicidio volontario…

La fotografia ed il testo sono di proprietà de “Il Manifesto”
Riferimenti: La mia Verità

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Una foto per Giuliana

5 Marzo 2005 1 commento


Bellissima l’iniziativa del Manifesto, quella di raccogliere alcune foto che per ognuno di noi meglio rappresentano la libertà.In basso il collegamento per vedere tutta la raccolta.Grazie.
Riferimenti: Una foto per Giuliana

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Sparare sulla verità

5 Marzo 2005 3 commenti


Giuliana Sgrena finalmente libera.
Libera?Il ?Fuoco amico? degli americani, si è riversato sul convoglio che stava conducendo la giornalista ed i suoi liberatori, in una tempesta di piombo improvvisa ed implacabile, della quale purtroppo l?agente Nicola Calipari non potrà più fornirne testimonianza.
Incidente fatale o errore indotto? Può essere che il militare che ha aperto il fuoco, veramente non sapesse chi Vi fosse all?interno dell?obiettivo colpito, ma come potevano non saperlo i responsabili militari e l?intelligence americana, padroni assoluti di un territorio il quale è ormai passato al setaccio in maniera millimetrica, e per giunta su un percorso stradale che conduce all?aeroporto nel quale possono accedere solamente convogli super autorizzati.
Vorrebbero veramente farci credere che le operazioni per la liberazione della giornalista italiana, in un territorio che pullula di dispositivi di rilevazione ottica e vagliato da postazioni satellitari capaci di individuare una pulce su un cane a 30 chilometri di altezza, siano state condotte in gran segreto dai nostri agenti, senza che la CIA fosse informata circa le modalità, i mezzi, gli orari ed i percorsi utilizzati?
Molto probabilmente, il giovane mitragliere sarà sottoposto presto a giudizio di una corte militare, senz?altro Statunitense, la quale probabilmente ne denuncerà le gravi responsabilità ed emetterà una sentenza esemplare, né più né meno com?è accaduto per i torturatori di Abu Ghraib. Se così sarà, tutto già visto. Ci chiediamo però dove siano i veri responsabili di ciò che è accaduto.
Si può occupare militarmente una Nazione, soggiogare un?intera popolazione al proprio volere mediante la forza delle armi, ed anche utilizzare le stesse per impedire che verità scomode vengano alla luce. La storia di Ilaria Alpi ci insegna.

Una cosa è certa; finché in questo sciagurato periodo della nostra storia prevarrà la logica dello scontro armato giustificato da finalità umanitarie che puzzano di petrolio, avremo sempre tutti noi una mitragliatrice puntata e qualcuno pronto a spararci.

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