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Archivio Novembre 2004

La doppia faccia degli Stati Uniti d’America

21 Novembre 2004 Commenti chiusi

Amy Goodman

“Un rifugio per il dissenso”

Andare dov’e’ il silenzio. E’ questa la responsabilita’ di un giornalista: dare voce a chi e’ stato dimenticato, abbandonato e calpestato dai potenti. E’ la ragione migliore che conosco per portare le nostre penne, le telecamere e i microfoni nelle nostre comunita’ e fuori nel mondo.
Sono una giornalista di “Pacifica Radio”, l’unico mezzo d’informazione indipendente che trasmette negli Stati Uniti, fondato nel 1949 da un uomo che si chiamava Lew Hill, un pacifista che si era rifiutato di combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Quando usci’ da un campo di prigionia dopo la guerra, disse che gli Stati Uniti avevano bisogno di un’emittente che non fosse gestita dalle stesse societa’ per azioni che traevano profitto dalla guerra. Il suo sogno era un network indipendente gestito da giornalisti e artisti, non dalle “societa’ per azioni con niente da dire e tutto da vendere che oggi stanno crescendo i nostri figli”, per dirla con le parole del professore di giornalismo George Gerbner, fondatore del movimento “ambiente culturale”.
KPFA, la prima stazione di Pacifica, e’ nata a Berkeley, in California. Erano gli albori delle trasmissioni radiofoniche in FM, percio’ KPFA dovette produrre e distribuire apparecchi radio in FM perche’ la gente potesse sentire la stazione. Come sarebbe accaduto tante altre volte nei decenni successivi, Pacifica Radio tento’ qualcosa che nessuno pensava avrebbe funzionato: la creazione di un network basato sul sostegno economico dei singoli ascoltatori. Cio’ segno’ la nascita in questo paese dei media sponsorizzati dagli ascoltatori, un modello ripreso successivamente dalla Radio Pubblica Nazionale e dalla televisione pubblica.
La rete radiofonica di Pacifica si allargo’ a cinque stazioni: KPFA a Berkeley, KPFK a Los Angeles, WBAI a New York, WPFW a Washington e KPFT a Houston. Nel 1970 KPFT divenne l’unica stazione radio negli Stati Uniti il cui trasmettitore e’ saltato in aria, per mano del Ku Klux Klan. Nel 1981, il Grand Wizard del KKK descrisse come la sua azione piu’ grandiosa “l’aver organizzato un attentato dinamitardo contro una stazione radiofonica di sinistra” perche’ aveva capito quanto potesse essere pericolosa Pacifica.
La nostra radio e’, infatti, un rifugio per il dissenso. Negli anni ’50, quando il leggendario cantante e leader afro-americano Paul Robeson fini’ sulla “White List” durante la caccia alle streghe del senatore Joseph McCarthy, bandito da quasi tutti gli spazi pubblici negli Stati Uniti a eccezione di poche chiese nere, sapeva di poter andare a KPFA ed essere ascoltato. Il grande scrittore James Baldwin, che discuteva con Malcolm X dell’efficacia dei sit-in non violenti nel sud, trasmetteva sulle onde radio di WBAI.
Oggi Pacifica porta avanti quella tradizione. I miei colleghi di WBAI, compresi Elombe Brath e il compianto Samori Marksman, mi hanno insegnato come una stazione radio locale possa essere la porta d’ingresso a un mondo ricchissimo. Samori era un esponente del panafricanismo che mi ha insegnato tanto sulla storia dell’Africa e dei Caraibi. Elombe Brath ha dato voce per tanto tempo ai leader dei movimenti di liberazione africani. Questi uomini hanno fatto del mondo intero la nostra comunita’. Grandi leader africani come Kwame Nkrumah, Se’kou Tour e Julius Nyerere erano voci familiari per gli ascoltatori di WBAI. In qualita’ di direttore dei programmi di WBAI, Samori era solito convocarmi nel suo ufficio con il pretesto di discutere qualche particolare burocratico. Ne uscivo tre ore dopo avendo imparato qualcosa di nuovo su qualche movimento di liberazione in Africa o nei Caraibi.
E’ ancora cosi’. Ogni giorno potete ascoltare le notizie alla CNN o alla Radio Pubblica Nazionale, poi sintonizzarvi su una stazione di Pacifica… e pensare che state ascoltando servizi da pianeti diversi.
In realta’ viviamo sullo stesso pianeta, ma lo vediamo con occhi diversi. Sulle onde radio locali, il colore non e’ quello fornito dai commentatori sportivi, ne’ compito esclusivo di un giornalista incaricato di seguire la “diversita’”. Siamo un incrocio di razze, caratteri etnici e classi sociali, e spieghiamo il mondo che vediamo intorno a noi.
Prendiamo, ad esempio, il mio collega di WBAI Errol Maitland. Nel marzo 2000, mentre trasmetteva in diretta il funerale di Patrick Dorismond – un haitiano americano ucciso dalla polizia – aveva cercato di intervistare alcuni poliziotti di New York che si stavano dirigendo verso la folla dei partecipanti. Lo sentimmo fare domande ai poliziotti, che lo gettarono a terra. Errol fu picchiato da ufficiali della polizia di New York e rimase in ospedale per settimane. Quando l’andai a trovare, lo trovai ammanettato al letto. E tutto questo per cosa? Per aver fatto il giornalista pur essendo nero.
Erano storie come quella di Errol, a New York e in giro per il mondo, che il mio collega di WBAI Bernard White e io abbiamo raccontato ogni giorno per dieci anni durante la trasmissione del mattino “Wake Up Call”. Abbiamo ascoltato gente che parlava di se’, anziche’ accettarne la definizione ufficiale. Bernard, un ex insegnante di New York, e’ profondamente radicato nella comunita’ locale. Che sia in classe, in trasmissione o al posto di Samori, a cui e’ succeduto come direttore dei programmi, l’idea di educazione di Bernard e’ permettere alla gente di raccontare la propria storia, di documentare la propria vita.
Ho cominciato a condurre “Democracy Now!” nel 1996, quando inizio’ ad andare in onda come unico programma elettorale quotidiano tra tutte le emittenti pubbliche. La risposta degli ascoltatori fu enorme. Improvvisamente le lotte quotidiane della gente comune – operai, immigrati, artisti, occupati e disoccupati, chi aveva una casa e i senzatetto, dissidenti, soldati, gente di colore – erano elevate al rango di notizie. Io lo chiamo giornalismo “goccia a goccia”. Sono le voci che forgiano i movimenti… i movimenti che fanno la storia. Sono le persone che cambiano il mondo quanto i generali, i banchieri e i politici. Sono la tendenza dominante, eppure sono ignorati dai media che fanno tendenza.
Dopo le elezioni del 1996 abbiamo deciso di continuare a trasmettere sotto forma di notiziario politico quotidiano di base. Dopo l’11 settembre 2001, quando i media hanno cominciato a battere i tamburi di guerra, “Democracy Now!” si e’ allargata alla televisione avviando la piu’ vasta collaborazione tra mezzi d’informazione pubblici del paese. Ora trasmettiamo su centinaia di radio locali e stazioni televisive di pubblico accesso. Trasmettiamo via satellite e siamo in streaming sul sito Internet www.democracynow.org.
Perche’ “Democracy Now!” e’ cresciuta cosi’ in fretta? A causa del silenzio assordante dei grandi mezzi d’informazione sulle questioni – e le persone – che piu’ contano. La gente si trova ad affrontare le questioni piu’ importanti del millennio: guerra e pace, vita e morte. Ma chi conduce il dibattito? I generali, i dirigenti di multinazionali e i funzionari governativi.
In un paesaggio mediatico in cui ci sono piu’ canali che mai, la mancanza di una qualunque diversita’ d’opinione e’ sconvolgente… e noiosa. Come ripete spesso il mio collega Juan Gonzales: “Puoi fare zapping tra centinaia di canali per scoprire che alla TV non c’e’ niente”. In una societa’ in cui la liberta’ di stampa e’ solennemente tutelata nella Costituzione, i nostri mezzi di comunicazione fungono in massima parte da megafono dei potenti.
Ecco perche’ la gente e’ cosi’ avida di media indipendenti… e inizia a crearne di propri.

Il dissenso imbavagliato

L’acceso dibattito e il dissenso esistono in questo paese, ma non ne leggete ne’ sentite parlare nei grandi mezzi d’informazione.
Se siete contrari alla guerra, non appartenete a una minoranza marginale e neppure a una maggioranza silenziosa. Fate parte di una maggioranza silenziata, messa a tacere dai grandi media.
Dopo l’11 settembre, i personaggi mediatici in televisione – molti dei quali si possono definire giornalisti – hanno continuato a dire che il 90% degli americani era favorevole alla guerra.
Siete mai stati chiamati a esprimere la vostra opinione? E se vi e’ capitato, cosa vi e’ stato chiesto? Perche’ se qualcuno vi avesse telefonato e vi avesse chiesto: “Pensa che l’uccisione di civili innocenti vada vendicata con l’uccisione di civili innocenti?”, sono sicura che il 90% degli americani avrebbe risposto di no. Siamo un popolo capace di compassione. Ma il popolo non puo’ agire senza informazioni precise.
Uomini politici che non hanno mai conosciuto una guerra che disapprovassero (e nel caso di Bush, Cheney e Rumsfeld, non ne hanno mai combattuta una) hanno iniziato a far rullare i tamburi di guerra dopo l’11 settembre. Le multinazionali assentirono, sapendo che avrebbero potuto trarne profitto. E poi arrivarono i grandi mezzi d’informazione a fabbricare consenso, per dirla con Noam Chomsky.
Per capire come i media forgiano i messaggi, guardate chi sono i messaggeri. L’osservatorio sui media Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) ha condotto uno studio sugli “esperti” apparsi nei principali notiziari durante le due settimane critiche precedenti e successive il 5 febbraio 2003, giorno in cui il Segretario di Stato Colin Powell espose le proprie ragioni per invadere l’Iraq al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Era un momento in cui il 61% degli americani chiedeva piu’ tempo per la diplomazia e le ispezioni. Lo studio del FAIR scopri’ che soltanto 3 delle 393 fonti chiamate in causa – meno dell’1% – erano legate all’attivismo pacifista. 3 su quasi 400 interviste. E questo nei “rispettabili” notiziari serali di CBS, NBC, ABC e PBS.
Percio’ se siete corsi al bagno mentre guardavate la TV durante quelle due settimane cruciali – peccato! – potreste esservi persi l’unico parere dissenziente offerto dai notiziari.
Questi non sono mezzi d’informazione al servizio di una societa’ democratica, dove una molteplicita’ di punti di vista e’ vitale per formare opinioni informate. Questa e’ una macchina propagandistica perfettamente oliata, che raccoglie le imbeccate del governo facendole passare per giornalismo.
Perche’ e’ cosi’ importante? Beh, considerate l’alternativa: immaginate se anziche’ tre voci contro la guerra, le emittenti ne avessero diffuse 200, il che corrisponde all’incirca alla percentuale di opinione pubblica contraria al conflitto.
E immaginate se della guerra i media statunitensi avessero mostrato immagini infernali, non censurate… anche solo per una settimana. Quale impatto avrebbero avuto? Penso che saremmo stati in grado di abolire la guerra.
Invece, dopo che i nostri cari e i nostri vicini obbedirono agli ordini e andarono in guerra (a differenza dei figli di chi la guerra l’ha voluta), i network ci hanno mostrato una versione colorata in technicolor, da videogioco, di cio’ che stava accadendo.
In Iraq, il governo statunitense ha scoraggiato una copertura indipendente della guerra… talvolta con la minaccia delle armi. E quando gli aerei hanno cominciato a riportare a casa i resti dei soldati morti nelle bare avvolte dalla bandiera, l’Amministrazione Bush ha ordinato di erigere un muro attorno alla Base Aerea di Dover. In effetti, l’Amministrazione ha vietato di filmare qualsiasi feretro di ritorno dall’Iraq. All’inizio del 2004, con oltre 500 americani morti e piu’ di 11.000 feriti o evacuati per ragioni mediche, Bush non era ancora andato a un solo funerale di un soldato ucciso in azione durante la sua presidenza, in Afghanistan o in Iraq. La squadra di Bush ha invocato un principio base della propaganda: controlla le immagini e controllerai la gente. Una lezione imparata in Vietnam, la lezione della manipolazione.
In Iraq non erano previste immagini televisive quotidiane del tributo di vite umane riscosso dal conflitto. Il governo e i media intendevano ritrarre una guerra asettica, pressoche’ priva di vittime.

Infrangere la barriera del suono

E’ assolutamente essenziale infrangere subito la barriera del suono quando si tratta del dissenso. Il governo statunitense ha impiegato la guerra al terrorismo come giustificazione per il peggiore giro di vite imposto alle liberta’ civili dal maccartismo degli anni ’50. In questo preciso momento, delle persone sono gettate in prigione senza alcuna imputazione. Uomini del Medio Oriente e del Sud dell’Asia sono indicati come nemici. Gli avvocati che difendono i dissidenti sono sotto attacco.
Questi sono i primi avvertimenti. Il prossimo potresti essere tu.
La Costituzione degli Stati Uniti e’ stata ignorata da una miriade di misure draconiane che formano l’Usa Patriot Act. Quando George W. Bush e i suoi fanti non possono costruire un caso legale ineccepibile, sono sufficienti il sospetto e la xenofobia. I prigionieri classificati dal presidente degli Stati Uniti come “combattenti nemici” possono ora essere processati da tribunali militari su navi ormeggiate in acque straniere, irraggiungibili dalla protezione del Bill of Rights (legge del 1791, che costituisce i primi dieci emendamenti della Costituzione degli Stati Uniti riguardanti i diritti dei cittadini, dei singoli Stati e del governo federale; NdT). Alcuni sono torturati per estorcere loro informazioni. Centinaia di cittadini stranieri sono attualmente detenuti dagli Usa – nella Baia di Guantanamo a Cuba o nella base aerea di Bagram in Afghanistan – senza sapere di che cosa li si accusa. Secondo un ordine presidenziale del 13 novembre 2001 possono esser processati in segreto e giudicati colpevoli da un tribunale di giudici militari nominati dal segretario della difesa. Se il tribunale condanna a morte il prigioniero all’unanimita’, questo puo’ essere giustiziato. Noi non ne sapremmo nulla e a quanti sono a conoscenza delle azioni di quei tribunali e’ proibito parlarne.
Se ci fosse un dibattito onesto in seno ai grandi media, se presentassimo davvero delle alternative ai tribunali irregolari e alla guerra, la gente sarebbe in grado di immaginare una gamma molto piu’ vasta di opzioni. Questa e’ una delle responsabilita’ piu’ importanti dei media: vivacizzare la discussione.
La maggioranza silenziata si sta spazientendo dietro il bavaglio imposto dai media di proprieta’ delle grandi societa’. I fronti non sono piu’ cosi’ nitidi tra democratici e repubblicani, conservatori e liberali. I conservatori, come i progressisti, si preoccupano della privacy, del controllo delle societa’ sulla loro vita. Gente di ogni colorazione politica e’ indignata per le multinazionali profittatrici – le societa’ criminali che sponsorizzano Bush, tra cui Enron, WorldCom e Halliburton – che saccheggiano il nostro tesoro, fanno razzia delle nostre pensioni, devastano le nostre aree naturali e scappano con il bottino.
Un numero sempre crescente di persone dice di no alle bugie del governo, all’avidita’ delle multinazionali e ai mezzi d’informazione servili.
La maggioranza silenziata sta ritrovando la voce.

* Amy Goodman e’ una giornalista pluripremiata (ha vinto il premio Robert F. Kennedy per il giornalismo internazionale, l’ Alfred I. DuPont-Columbia, il premio Armstrong, Il Premio come migliore regista di News Radio-Televisive, e premi dall’Associated Press, dalla United Press International…), ed e’ una delle rappresentanti piu’ note dell’informazione indipendente. Conduce la trasmissione televisiva e radiofonica, a diffusione nazionale, “Democracy Now!”

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La citazione del giorno:l’ulivo e il mitra…

12 Novembre 2004 Commenti chiusi


“Vengo a voi con un ramo d’ulivo in una mano, e con il mitra nell’altra…vi prego non fate cadere il ramo d’ulivo…”

“Abu Ammar” Yasser Arafat

Esiste una disputa sul giorno e sul luogo di nascita di Yasser Arafat, il quale affermava di essere nato il 4 agosto 1929 a Gerusalemme, mentre il certificato di nascita ufficiale afferma che sia nato in Egitto, a Il Cairo, il 24 agosto 1929.

Arafat nasce in una importante famiglia originaria di Gerusalemme, gli Husseini.
Il suo vero e completo nome è Mohammed Abd al-Rahman Abd al-Raouf Arafat ma è stato anche conosciuto con un altro appellativo, quello usato in guerra, ossia Abu Ammar. Il padre era un commerciante di successo, la madre muore quando lui ha solo quattro anni. Trascorre l’infanzia al Cairo, poi a Gerusalemme presso uno zio. Entra da subito nelle fazioni in lotta contro la costituzione dello Stato israeliano. Diciannovenne, prende parte attiva alla lotta palestinese.

Intanto studia ingegneria civile all’università del Cairo dove, nel 1952, si unisce alla Fratellanza musulmana e alla Lega degli studenti palestinesi di cui diviene anche il presidente. Consegue il diploma di laurea nel 1956. Allo scoppio della guerra per il controllo del canale di Suez è sottotenente dell’esercito egiziano.

Ormai facente parte del gruppo di leader del nascente movimento palestinese è un personaggio scomodo, ricercato dalle autorità israeliane. Per evitare l’arresto abbandona l’Egitto per il Kuwait dove nel 1959 fonda, con altri importanti componenti delle fazioni ribelli, “al-Fatah”. L’organizzazione riesce a convogliare nelle sue fila centinaia di giovani palestinesi e a creare un movimento consistente ed incisivo.

Dopo la sconfitta nella guerra araba contro Israele nel 1967, al-Fatah converge nell’OLP, “l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina”: nel febbraio 1969 Yasser Arafat diventa presidente del Comitato Esecutivo del Consiglio Nazionale della Palestina.

Con il suo carisma e la sua abilità politica Arafat indirizza l’OLP verso la causa palestinese allontanandola dai disegni panarabi. Allo stesso tempo la crescita del suo ruolo politico corrisponde a maggiori responsabilità militari: nel 1973 diventa Comandante in capo dei gruppi armati palestinesi.

Nel luglio 1974 Arafat decide una svolta importante dell’OLP, rivendicando per il popolo palestinese il diritto all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese; a novembre, in uno storico discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, Arafat chiede una soluzione pacifica, politica, per la Palestina, ammettendo implicitamente l’esistenza di Israele.

Nel 1983, nel pieno svolgimento della guerra civile libanese, sposta il quartier gnerale dell’OLP da Beirut a Tunisi e, nel novembre di cinque anni più tardi, proclama lo Stato indipendente di Palestina. Chiede inoltre il riconoscimento delle risoluzioni ONU e chiede di aprire un negoziato con Israele.
Nell’aprile 1989 è eletto dal Parlamento palestinese primo Presidente dello Stato che non c’è, lo Stato di Palestina.

E’ un periodo rovente, che vede l’esplosione delle sue tensioni sotterranee nella Guerra del Golfo, scatenata nel 1990 dagli Stati Uniti contro Saddam Hussein, reo di aver proditoriamente invaso il vicino Kuwait.

Arafat stranamente – forse accecato dall’odio nei confronti dell’Occidente e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti – si schiera proprio con Saddam. Una “scelta di campo” che gli costerà cara e di cui lo stesso Arafat avrà di cui pentirsi, soprattutto alla luce degli avvenimenti legati all’attentato alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001.
La mossa attira su di lui sospetti consistenti di avere le mani in pasta nelle frange terroristiche che pullulano in Medio Oriente. Da qui l’incrinarsi della sua credibilità come controparte sul piano delle trattative con Israele.

Ad ogni modo, piaccia o non piaccia, Arafat è sempre rimasto l’unico interlocutore attendibile, a causa di un fatto molto semplice: è stata l’unica personalità che per anni i palestinesi hanno riconosciuto come loro portavoce (escludendo le solite frange estremiste). Pur essendo accusato da più parti di essere fomentatore del terrorismo e della linea integralista, per altri Arafat è sempre stato invece sinceramente dalla parte della pace.
I negoziati fra Israele e palestinesi condotti da lui, d’altronde, hanno avuto una storia travagliata, mai conclusa.

Un primo tentativo si fece con la conferenza per la pace in Medio Oriente a Madrid, poi con trattative segrete portate avanti dal 1992, fino agli accordi di Oslo del 1993.

Nel dicembre dello stesso anno per Arafat arriva un importante riconoscimento dell’Europa: il leader palestinese è ricevuto come capo di Stato dal Parlamento europeo, al quale chiede che l’Unione diventi parte in causa del processo di pace. Un anno più tardi, nel dicembre 1994, riceve il Nobel per la pace ex aequo con importanti esponenti dello Stato israeliano, Yitzhak Rabin e Shimon Peres. Nel frattempo il leader palestinese si trasferisce a Gaza, dove guida l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp).

La sua eventuale successione, all’interno di un quadro che vede le istituzioni dell’Anp assai fragili e poco consolidate, delinea potenzialmente scenari da guerra civile palestinese che rischiano di alimentare ancora di più il terrorismo internazionale.

In questa realtà, gruppi fondamentalisti e fautori del terrorismo più sanguinario come quelli di “Hamas” suppliscono all’assenza di uno Stato con attività di proselitismo, ma anche di assistenza, istruzione islamica e solidarietà fra famiglie.
E’ grazie a questa rete di supporto e di guida che Hamas riesce a condizionare i suoi adepti fino a portarli al sacrificio di se stessi nelle famigerate azioni suicide.

Sul piano della sicurezza dunque, sostiene lo stesso Arafat, non è possibile poter controllare tutte le frange di terroristi con un poliziotto ogni cinquanta palestinesi, in questo trovando supporto e consensi anche in parte dell’opinione pubblica israeliana.

Alla fine di ottobre 2004 Arafat viene stato trasferito urgentemente a Parigi, in terapia intensiva, per curare il male che lo ha colpito. Nei giorni che hanno seguito il suo ricovero sono continuamente susseguite voci e smentite di una sua probabile leucemia, di sue varie perdite di conoscenza e su un coma irreversibile.

La sua morte è stata annunciata dalla tv israeliana nel pomeriggio del 4 novembre, ma subito è nato un giallo perchè il portavoce dell’ospedale dove Arafat era ricoverato smentiva. In serata è stata ufficializzata dai medici la sua morte cerebrale.

Dopo un frenetico susseguirsi di voci sulle sue condizioni nei giorni successivi, Yasser Arafat è morto alle 3:30 del giorno 11 novembre.

Fonte biografieonline.it.

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